Il Presepe della tradizione c’è tutto: Giuseppe, Maria e il bambinello, con intorno bue, asinello e pastori. Ma è il paesaggio che cambia. In primo piano davanti al Gesù Bambino ci sono infatti decine di passaporti: di ogni parte del mondo, di diversi colori, nuovi oppure sgualciti a causa delle traversie dei viaggi compiuti dai proprietari. Alla Casa della Carità il presepe quest’anno è legato alle sofferenze dei tanti profughi e immigrati che arrivano nella sede di via Brambilla per chiedere aiuto. “Credo che la Natività sia una storia di straordinaria contemporaneità, che continua a parlare al nostro presente -sottolinea don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità-. Nel pensare al Presepe di quest’anno, ho quindi chiesto a Iole (una delle operatrici della Casa, ndr) che esso avesse un legame ancor più stretto che le storie che qui ascoltiamo tutti i giorni: le storie di coloro che bussano alla nostra porta chiedendo non solo di essere accolti, ma anche di essere ascoltati e riconosciuti in quanto esseri umani portatori di diritti e dignità, e non solo numeri, come invece spesso accade”.

Nell’allestire la scena, Iole ha allora pensato al brano biblico in cui si dice: “In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra […] Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto”. “Se al tempo di Gesù i registri erano lo strumento che attestavano l’identità, oggi è il passaporto a dire chi sei e da dove vieni, dove puoi e soprattutto dove non puoi andare -spiega Iole-. In questo episodio Maria e Giuseppe compiono un viaggio verso Betlemme per farsi registrare, quindi per vedere riconosciuta la propria identità e la propria presenza. Millenni dopo, lo stesso accade per le centinaia di persone che si rivolgono alla Casa da ogni parte del mondo, chiedendo di poter essere registrate in via Brambi