Questo scritto era sulla bacheca social di Giulia, copy, una nostra amica che vive a Londra. Ci è piaciuto così tanto, che le abbiamo chiesto di poterlo pubblicare e condividere anche con voi. “Buddy Bench”, la panchina dell’amicizia: una tradizione anglosassone che sarebbe davvero bello diventasse una buona pratica un po’ ovunque. Buone Feste, amici.

Buddy Bench

Nella scuola dei miei figli c’è Buddy Bench. Diego mi ha spiegato che quando un bambino è triste si siede su Buddy Bench e aspetta. Non importa perché è triste, importa che ha bisogno di aiuto. E poi? Gli chiedo curiosa. Poi è semplice, mamma. Il primo che vede qualcuno seduto sulla Buddy Bench va a sedersi vicino a lui. E poi un modo lo trova. Ci chiacchiera insieme, ci gioca oppure gli fa semplicemente compagnia. Questa mattina Buddy Bench era bianca di brina e a tratti veniva penetrata da un raggio di sole. Non c’era nessuno seduto sulla Buddy Bench. Dopo aver salutato mio figlio, gli sono passata accanto e gli ho sorriso pensando “Well done Buddy”. E’ bella la sensazione che se tuo figlio è in difficoltà, qualcuno lo aiuterà.
Ho chiuso il cancello della scuola e sono andata a fare la spesa. Ma cosa succede? Un incantesimo di Buddy? Davanti a Tesco, alla banca, alla metro. Le Buddy banches erano dappertutto. Bambini seduti a chiedere aiuto. Che poi crescendo si chiamano homeless, clochard, barboni, Marco, Cloe, Jonathan e come si chiamava quello che fino ieri era un mio collega ma poi, cazzo, l’hanno licenziato in tronco? A Londra chi vive per strada spesso ha una storia pazzesca. Ed è pazzesca perché assomiglia tremendamente alla mia. Difficoltà di coppia. Capita. Ma se finisce con la porta di casa sbattuta in faccia contemporaneamente a quella dell’ufficio, ecco che anche il letto salta.
Resta la strada. Con il semaforo della High Street, che quando diventa rosso non puoi far finta di non vederlo. Il tuo sguardo inciampa contro il suo cartello scritto a mano appoggiato alla vetrina, mentre aspetti i secondi che ti separano dall’altro marciapiede. E’ un crocevia di pensieri composti ed educati. Mi fermo ad ascoltarli tutti. C’è quello vigliacco che si nasconde sotto la sciarpa “Ci vuole coraggio a fare una scelta così. Soprattutto con sto freddo” C’è quello dello statista che “sono diventati troppi, non posso mica aiutarli tutti”. C’è quello che fa TLIIIN, tronfio e ridondante come il rumore di qualche spiccio che cade per terra. E poi c’è l’inarrestabile, quello che non ti molla più. Destinato a diventare rimpianto due metri dopo. Quello che seguirà il suo padrone saltellandogli intorno come un cane. Lo assillerà durante tutto il commuting, finché non si addormenterà sulla Jubilee. Pensieri e persone. Storie andate bene e storie andate male. John il barbiere e John il barbone. Il semaforo è verde. Per i passanti. Macchine ferme, pedoni che passano. Poi ancora verde. Ma dall’altra parte. Pedoni fermi, macchine che passano. Forse anche John e John si scambieranno. Forse no.
Che poi è semplice, mamma. Il primo che vede qualcuno seduto sulla Buddy Bench va a sedersi vicino a lui. E poi un modo lo trova.
Giulia Pagani, copy, dicembre 2016