Il confronto con le barricate di Goro è fin troppo facile. Ma non si può non farlo. Alla Cascina Cuccagna, in un quartiere semicentrale di Milano, dai primi di settembre sono accolte nove donne e quattro bambini profughi, provenienti da Somalia e Eritrea. Una micro accoglienza -gestita dall’Associazione Cantiere Cuccagna-, che finora non ha destato particolari malumori o proteste. “Si può fare”, ripete più volte Andrea Di Stefano, presidente dell’Associazione, nata alcuni anni fa per ristrutturare e poi rendere viva con attività culturali questa antica cascina a pochi chilometri dal Duomo. Le donne ora frequentano corsi di italiano, partecipano al gruppo del quartiere che si dedica alla lavorazione della maglia. “Quest’estate abbiamo risposto all’appello del Comune che chiedeva a cittadini e associazioni di rendersi disponibili per far fronte al massiccio arrivo di profughi -racconta Di Stefano-. La nostra è un’accoglienza gratuita, non riceviamo contributi pubblici. Si basa sulla generosità dei nostri soci e dei volontari”. Cascina Cuccagna è supportata, inoltre, dall’associazione Il Gabbiano, “specializzata” in progetti di micro accoglienza, e da Milano Ristorazione che garantisce i pasti gratuitamente. “Viviamo una quotidianità che è legata alla storia di queste donne -aggiunge Paola Bonara, responsabile dell’accoglienza-. Oggi una di loro sta piangendo la morte di un fratello, ucciso in Somalia nel corso di alcuni disordini. Settimana scorsa, un’altra ha perso anche lei un fratello, annegato nel Mediterraneo”.

I volontari pensano anche già al futuro di questa esperienza. “Vorremmo creare una rete di appartamenti per l’accoglienza vicini alla Cuccagna -annuncia Di Stefano-. La Cascina resterebbe poi il centro delle attività per i profugh