Il Belpaese del caporalato

Dalla campagne pugliesi ai vigneti in Franciacorta e persino nella periferia di Milano. Un fenomeno nazionale, che secondo il rapporto Agromafie di Cgil coinvolge circa 180mila i lavoratori.

Il caporalato e lo sfruttamento dei lavoratori sono sempre più diffusi nel Belpaese. Ormai il fenomeno non riguarda più solo le regioni del Sud d’Italia: le inchieste della magistratura hanno portato allo scoperto casi in Franciacorta, nel veronese, a Saluzzo (in provincia di Cuneo) e anche alla periferia di Milano. Secondo il quinto “Rapporto Agromafie e caporalato”, curato dall’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil, sono circa 180 mila le persone sfruttate nei campi, costretti a lavorare in nero o con contratti ingannevoli. Solo tre anni fa, erano 140 mila.

Questa estate le cronache hanno riportato i fatti relativi all’operazione Demetra, un maxi arresto per reati di sfruttamento, caporalato e intermediazione illecita di manodopera tra Basilicata e Calabria che ha coinvolto 14 aziende e circa 60 persone, ma anche il caso della Straberry, startup di un imprenditore milanese dove la Guardia di Finanza ha scoperto braccianti africani costretti a lavorare per più di 9 ore al giorno a 4,50 euro l’ora, immigrati assunti con contratti di soli due giorni, anomalie nella trasparenza delle buste paga e delle assunzioni, totale mancanza di misure di sicurezza anti-Covid.

Leggendo il rapporto si scopre che su 260 procedimenti giudiziari in corso, più della metà e, per l’esattezza, 143, non riguardano il Sud Italia. Tra le Regioni più colpite, oltre alla Sicilia, alla Calabria e alla Puglia, vi sono il Veneto e la Lombardia. Le Procure di Mantova e Brescia stanno seguendo, ciascuna, ben 10 procedimenti per sfruttamento lavorativo. Allarmante anche la situazione dell’Emilia Romagna, in cui lo sfruttamento è diffuso in tutte le province; del Lazio e, in particolare, della provincia di Latina; e della Toscana, dove il maggior numero di procedimenti è stato avviato dalla Procura di Prato. Tra l’altro, il caporalato ormai non è più solo una piaga del settore agricolo: su 260 inchieste monitorate, sono 97 le vicende che riguardano comparti produttivi diversi.

“È un vero e proprio sistema economico parallelo che viene scelto da alcune imprese per competere in modo sleale e nel quale incappano lavoratori italiani e stranieri – scrive Giovanni Mininni, segretario generale della Flai-Cgil nell’introduzione del Rapporto-. In tutto questo, non possiamo non ricordarlo, si è innestata da febbraio l’emergenza Covid-19, che ha determinato un aumento della fragilità di questi lavoratori, ricattati al di sopra anche delle norme di tutela della salute pubblica”. La legge 199 del 2016 punisce il caporalato. Ma non basta. Perché ciò che non funziona è il mercato del lavoro nel settore agricolo. Per Mininni è questo il “nodo fondamentale su cui agire per spezzare” la filiera criminale.