Insieme a Fa’ la cosa giusta!, anche quest’anno torna SFIDE – La scuola di tutti, con un ricco programma online a cui potrete partecipare dal 14 al 22 novembre: qui il link per iscriversi agli appuntamenti. Di seguito la riflessione di Agostino Frigerio, dirigente scolastico e docente a contratto presso l’Università Milano Bicocca, sulla scuola di oggi, al tempo del covid: solo rimettendola al centro potremo avere una società migliore.

Ci chiediamo da tempo se il distanziamento, questa forma necessaria di allontanamento, di lontananza fisica dall’altro, alla fine modificherà la relazione con gli altri, magari dimensionandola su altre misure, e se in particolare, smentendo il più classico dei luoghi scolastici – la classe come comunità di relazioni a portata di mano – finirà per vanificare, sul piano educativo, l’imparare e l’insegnare insieme, quella forma di agire collaborativo che riesce a tenere solidaristicamente uniti il conoscere e il convivere. Se il virus ci lascerà più soli, più indifesi e infine anche un po’ meno interessati a conoscere e comprendere.

Conviene chiederci anche, però, se tutto il sistema di riduzione dei tempi e delle distanze cui abbiamo assistito da un certo numero di anni, e da cui abbiamo pur tratto qualche giovamento, ci abbia reso più prossimi tra noi, più sensibili gli uni agli altri, più intimamente solidali. Forse l’estrema riduzione di ogni distanza e di ogni tempo ci ha soprattutto omologato, mantenuti distinti purché paragonabili agli altri, per diventare infine comparabili in base ad un criterio – quello del non essere da meno – che ci ha scavato profondamente nei principi e orientato nei comportamenti, finendo per distanziarci comunque. Insomma, la vicinanza di tutto e tutti a tutto e tutti ha finito con l’aumentare il vociare comunicativo ma forse ha ridotto un po’ gli spazi della relazione autentica e solidale. La società globalizzata ci ha resi più vicini, certo, ma non per questo più prossimi.

Ora, con questo virus che dilaga, che sarà dei nostri rapporti personali, sociali, educativi?
Prendo a prestito un’immagine che mi pare efficace: il virus lavora come una talpa, la quale ha scavato e scava nel sottosuolo della nostra socialità, nel profondo di noi stessi. Anche il virus – che ha una vita immateriale produttrice di fantasmi con cui dobbiamo pure fare i conti – scava, accumula, sparge nelle nostre cantine quel che non riesce a stipare nei piani alti. Cosa avviene nel profondo di noi stessi? Se la vicinanza, e addirittura talvolta un eccesso di vicinanza, ha sovente generato distanza e solitudine, questo distanziamento riuscirà a generare solidarietà e comunanza? Forse si, se daremo parola a quella terra che il virus, come una talpa, ci scava dentro.

Diciamo allora che la scuola può forse tentare di seguire questa immaterialità parallela del viru