C’è una regione del Pianeta dove i cambiamenti climatici hanno una velocità due volte e mezza superiore rispetto al resto del globo. È la regione artica, ricoperta dal suolo ghiacciato chiamato permafrost, che si concentra in Groenlandia, Alaska, Canada e Russia. “È uno strato di suolo ‘teoricamente’ congelato per almeno 2 anni in modo permanente, che copre il 25% delle terre dell’emisfero settentrionale”, spiega Andrea Barolini, che per Valori ha curato il dossier dedicato all’Artico, in cui racconta perché questa sia la “frontiera del mondo e dei cambiamenti climatici”.

Ma oggi il permafrost si sta sciogliendo a un ritmo inaspettato. Basti pensare che nell’estate 2020, in un’area della Siberia sono stati raggiunti i 38°. Per effetto del riscaldamento globale, negli ultimi 30 anni la copertura ghiacciata dell’area artica si è ridotta in modo sostanziale. “E se la temperatura continuerà ad aumentare fino al limite previsto dall’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici (+2°C), ogni 10 anni d’estate l’Artico si scioglierà completamente”, spiega Barolini.

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Sono numerose le conseguenze di questo scioglimento. Tra queste, un maggiore sfruttamento delle risorse naturali nel mar Glaciale Artico, che è ricco di giacimenti: conterrebbe circa il 13% delle riserve mondiali di petrolio e il 30% del gas naturale. Beni che fanno gola a gruppi francesi, americani, norvegesi, russi e cinesi, che da tempo stanno investendo nella regione artica, a partire dalla Groenlandia, dove “si immagina di poter trovare fonti di energie fossili, ma anche enormi quantità di terre rare (utilizzate per la fabbricazione di computer, telefoni e batterie)”

Intanto, si sono aperte nuove rotte marittime, come il “passaggio a Nordest”, che unisce Amburgo a Yokohama, in Giappone, più velocemente che attraverso il canale di Suez. È una nuova “Via della seta” che interessa molto alla Cina per via dei possibili sviluppi commerciali e dove la Russia sta già investendo costruire porti, città e terminali per le merci.

Anche la pesca diventa più accessibile “grazie” allo scioglimento del permafrost, accelerando lo sfruttamento delle risorse naturali acquatiche e trasformando la fauna marina in questo ecosistema il cui equilibrio è molto delicato. Ed è anche a partire dalla scelta di quel che mangiamo che possiamo, nel nostro piccolo, tutelare l’Artico.

“Possiamo essere più attenti ai consumi e utilizzare meno idrocarburi; scegliere prodotti da filiere locali e vicine, ma anche farci sentire insieme a un livello più alto, per incidere nelle scelte dei Governi”, dice Barolini. “Anche se sembra lontano, l’Artico è la nostra casa: se si scioglie, i mari salgono ed erodono le nostre coste. Non dobbiamo dimenticare queste connessioni. Preoccuparsi dell’Artico significa preoccuparsi di dove abitiamo”.

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Foto: Impianto di perforazione per