Lockdown: il grande affare delle mafie

Il lockdown potrebbe rivelarsi un affare colossale per la criminalità organizzata, soprattutto nella ricca Milano. Negozi, bar, ristoranti e locali della movida sono ora in crisi e a corto di liquidità.  Mafia, Camorra e ‘Ndrangheta hanno invece tanti soldi sporchi da riciclare nell’economia pulita. Stiamo esagerando?

“Già prima dell’epidemia a Milano c’erano operazioni sospette di compravendita di attività, con società o studi professionali che si presentavano per acquistare i locali più in voga. Ora che c’è una nuova crisi, sarà più facile per questa gente convincere gli imprenditori a cedere la propria attività o ad accettare soldi in prestito. E mi è già giunto qualche segnale di personaggi che sono alla ricerca di bar e ristoranti da comprare”.

Ferruccio Patti, presidente di Sos Impresa e vicepresidente di Confesercenti

23 maggio: anniversario della strage di Capaci

Il 23 maggio in tutta Italia ricorderemo la strage di Capaci, in cui furono uccisi il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Falcone nelle interviste spiegava che la mafia va combattuta soprattutto sul piano finanziario, seguendo il denaro che investe in attività lecite.

Mafia, ‘ndrangheta e camorra: chi sono gli usurai

A Milano mafia, ‘ndrangheta e camorra hanno spesso il volto di un professionista o di un intermediario d’affari. In altri casi, invece, le cosche si presentano, sempre con il volto distinto di una persona in giacca e cravatta, per comprare direttamente l’attività commerciale in crisi.

“Il primo contatto tra la criminalità organizzata e l’imprenditore in crisi avviene spesso tramite personaggi dal volto amichevole, come amici, conoscenti, oppure studi professionali o società all’apparenza in regola. E i tassi con cui questi personaggi prestano denaro non sono alti, perché alle cosche interessa soprattutto riuscire a fagocitare l’impresa. Prestano soldi perché sanno che la vittima non potrà pagare fino in fondo e si aprirà così la strada per entrare nell’impresa”.

Eleonora Montani, docente di criminologia all’Università Bocconi e vicepresidente di Sos Impresa Milano

Nessuno però denuncia. Nel 2019 a Milano le denunce per usura presentate alle Forze dell’Ordine sono state appena due (sì, avete capito bene: due!), mentre i casi seguiti dalla Procura Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Milano sono stati 97 (emersi grazie a inchieste condotte dalla magistratura), in netto calo rispetto agli anni precedenti, visto che nel 2018 se ne registrarono 206 e nel 2017 si arrivò a 244. Nonostante diverse inchieste della magistratura abbiamo rivelato quanto mafia, camorra e ‘ndrangheta siano radicate a Milano, è ancora diffusa l’idea tra gli imprenditori e l’opinione pubblica che il fenomeno sia marginale, rispetto ad altre regioni d’Italia.

Le commissioni antimafia di Regione Lombardia e del Comune di Milano


In queste settimane anche le commissioni antimafia del Consiglio Regionale e del Consiglio Comunale di Milano hanno lanciato l’allarme sul rischio che mafia, ‘ndrangheta e camorra facciano man bassa di ristoranti, bar e locali.

Il presidente della Commissione Antimafia del Consiglio Comunale, David Gentili, nella seduta di mercoledì 13 maggio, dedicata ai sistemi di prevenzione delle attività di riciclaggio, ha chiesto che siano rafforzati in questo periodo i controlli del Comune “sui cambi degli assetti societari nelle aziende che investono nella ristorazione e quelle che hanno in gestione appalti”. Un modo per scovare l’infiltrazione delle cosche e dei clan nell’economia è infatti quello di controllare chi sono i titolari delle nuove imprese  oppure di chi vi subentra. Sono, per esempio, sospette quelle situazioni in cui sono intestate a giovanissimi o anziani all’apparenza privi di reddito ma con capitali ingenti.

Nel Comune di Milano c’è un ufficio dedicato alla lotta al riciclaggio e da quando è stato costituito, nel 2014, ha segnalato all’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia, 303 operazioni sospette riguardanti 234 società e 210 persone fisiche per una movimentazione totale di capitale pari a non meno di 1 miliardo e 110 milioni di euro. Sono però la classica punta dell’iceberg.


Al Pirellone, il Consiglio regionale ha approvato un documento in dieci punti della Commissione Antimafia in cui sono elencati i nuovi rischi di infiltrazione della criminalità organizzata e le possibili misure per arginarli.

“La crisi di liquidità delle imprese deve essere velocemente affrontata dalle istituzioni. Le istituzioni hanno il compito di rilanciare l’economia con meccanismi veloci. Senza ovviamente rinunciare alla trasparenza e alla legalità. È un equilibrio da trovare: velocità e legalità”.

Monica Forte, presidente della Commissione antimafia del Pirellone

Il documento del Consiglio Regionale prevede, in particolare, che la Regione intervenga per aiutare le imprese nei rapporti con le banche e per concordare uno snellimento delle procedure per l’accesso al credito. Inoltre, propone che per contrastare il caporalato siano coinvolti i centri per l’impiego nel reclutamento della manodopera per la raccolta di frutta e ortaggi nelle campagne lombarde. Infine, chiede la costituzione di un registro delle imprese che si occupano di forniture sanitarie e più controlli sugli appalti pubblici.

Il problema è culturale ed economico. “Lo Stato deve dimostrare di esserci -conclude Eleonora Montani-. Soprattutto dimostrando di mettere in campo misure economiche anticrisi snelle, che aiutino le imprese e le loro associazioni di categoria a risolvere i problemi. C’è bisogno di un grande lavoro di sensibilizzazione sulle potenziali vittime, perché stiamo attente a non cedere a chi offre loro denaro facile”.


Redazione: Dario Paladini

Foto: Michal Jarmoluk / Pixabay



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