Marco Rossato, velista in carrozzina: “Mappo i porti accessibili e studio le microplastiche”

Con il vento in poppa. È così che intende la vita Marco Rossato, classe 1974, velista in carrozzina a seguito di un incidente in moto, che due anni fa ha percorso le coste italiane a bordo di Foxy Lady, un trimarano a vela di otto metri, accompagnato solo dal suo inseparabile amico a quattro zampe. Quest’avventura, si tratta infatti del primo giro d’Italia in barca a vela compiuto da una persona paraplegica, il suo protagonista l’ha raccontata in “Cambio rotta. Io e Muttley 1648 miglia sotto costa in cerca di porti senza barriere” (Mursia, con inserto fotografico), in un dialogo con la giornalista e scrittrice Simona Merlo.

“Marco ha trascorso oltre cinque mesi in mare su una barca costruita in realtà per i laghi del Nord Europa… Un matto, un uomo che ha scelto di vivere il mare e ha fatto della vela la sua passione, che ha seguito la sua sofferenza, l’ha smontata e ha deciso che tipo di persona sarebbe stata”.

IL GIRO D’ITALIA A VELA DI MARCO ROSSATO

Partito dall’Arsenale di Venezia il 22 aprile 2018, Rossato ha concluso il suo itinerario a Genova il 22 settembre dello stesso anno, rivelando una grande forza di volontà e di adattamento. Insieme al cagnolino Muttley, ha percorso sessanta tappe intorno alla Penisola: un giro lungo ma necessario per poter parlare di un mondo della vela aperto a tutti, anche alle persone con disabilità, dell’accessibilità dei porti italiani e dell’allarmante livello di inquinamento dei mari e degli oceani.

“Certo i momenti duri non sono mancati, come quando cercavo di raccogliere l’acqua piovana con metodi di fortuna durante le giornate di pioggia”

Com’è nato l’amore per il mare aperto?
Quasi per caso. Io, da buon vicentino quale sono, nasco e cresco in montagna, dove andavo in vacanza con i nonni. A 24 anni, però, durante un viaggio ai Caraibi, resto folgorato dalla barca: è lì, al largo delle coste cubane, che ho capito che sarei diventato un velista. Tre anni dopo c’è stato l’incidente in moto, un avvenimento che ha segnato un punto di svolta da cui è partito un percorso che mi ha portato a diventare un istruttore di vela. Già in ospedale pensavo che volevo tornare al più presto a lavorare, a fare sport e soprattutto che volevo tornare in mare.

Di quest’esperienza in solitaria, invece, qual è stato il momento più bello?
Incontrare i delfini è sempre un’emozione grandissima, ma vedere per la prima volta, e da vicino, una tartaruga caretta caretta è davvero un’emozione indescrivibile: ho chiamato subito la mia ragazza per condividere questa gioia immensa.

E il momento più brutto?
Sono due le cose che mi hanno messo più in difficoltà: durante la tappa più lunga, quella da Chioggia a Ravenna, si è rotto lo specchio di poppa, che è un pezzo alla fine dello scafo, mentre stavo già arrivando al porto. Avevo un buco enorme, tanto che ho rischiato di perdere il motore. Così ho aperto il fiocco (cioè la vela di prua), mi sono allontanato un po’ dalla costa per non finire sugli scogli e ho chiamato lo staff di terra, che mi è venuto a “ripescare” con il gommone. Ma anche prima di arrivare a Vieste, in Puglia, me la sono vista brutta: il mare era molto agitato, c’erano raffiche di vento che arrivavano a 20 nodi ed ero veramente esausto, non avevo più energie. Mi sono disteso sul trimarano per un paio d’ore perché non ce la facevo davvero più, e lasciare la barca in balia delle onde non è proprio la cosa migliore… Meno male che c’era Muttley: è lui che mi ha dato la forza per andare avanti e raggiungere la banchina.

Immagino che l’impresa non sia stata fine a se stessa…
No, infatti. La circumnavigazione dell’Italia è rientrata all’interno di Tri Sail4All, dove “Tri” sta per tricolore, un progetto promosso dall’associazione I Timonieri Sbandati con l’obiettivo di offrire nuove opportunità a tutte quelle persone con difficoltà motorie più o meno gravi, come per esempio navigare sia da passeggero sia da possessore di patente nautica, spingere le aree portuali e cantieristiche ad abbattere le barriere architettoniche presenti, far conoscere la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità e sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dell’inquinamento, soprattutto delle microplastiche presenti anche nei nostri mari. Un argomento suggerito dalla Lega navale italiana, che mi aveva chiesto di raccogliere dei campioni, spediti poi a Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, per essere analizzati.

Quali sono stati, alla fine, i risultati raggiunti?
Sulla situazione dell’inquinamento di Mare Nostrum non so nulla, mi sono semplicemente limitato a consegnare i campioni prelevati. Sull’accessibilità dei porti, invece, devo dire che non ho trovato quelle difficoltà che mi ero immaginato di incontrare all’inizio del viaggio. Tutti si sono dati da fare per adottare quei piccoli accorgimenti che sono serviti per rendere più agevole il mio arrivo, la mia permanenza e il mio ripartire. Comunque nessuno deve abbassare la guardia su questo tema, ma anzi devono essere apportati miglioramenti continui. Anche minimi ma costanti.

Cosa pensa di Greta Thunberg e del nuovo movimento ambientalista?
Mah, a dire il vero non penso che sia un tema nuovo, quanto piuttosto un argomento rinato. Io sono sempre stato un ambientalista: ho lavorato nel settore fotovoltaico per anni. Il cambiamento climatico, comunque, è sotto gli occhi di tutti: non ci sono più quei nebbioni e quelle grandi nevicate di un tempo, quando piove spesso è un disastro e penso che la mano dell’uomo stia incidendo parecchio su questo. La mia maggiore preoccupazione, però, è l’inquinamento marino, tutto quello che si scarica in acqua e ciò che si trova in superficie e sui fondali, con le conseguenze che ne derivano per la flora, per la fauna e per noi.

PRESENTE E FUTURO PROSSIMO AI TEMPI DEL VIRUS

Come sta vivendo l’emergenza coronavirus?
C’è il lato drammatico che la pandemia sta avendo sulla salute della gente, in tutto il mondo, e c’è la parte che mi riguarda più da vicino, ovvero il varo del progetto “Tornavento”.

Che cos’è “Tornavento”?
Tornavento è una barca a vela che mi è stata donata tempo fa dallo scomparso Luigi Zambon, fondatore della Scuola nautica Sabaudia. Dopo anni di inattività e mesi di restauro, a marzo doveva essere pronta per tornare in mare con un equipaggio speciale, composto tutto da persone disabili incontrate in un tour per vari centri di riabilitazione effettuato l’anno scorso. Al momento ci sono già 60 iscritti: alcuni navigheranno con me per più giorni, altri invece solo per qualche ora. Il pozzetto della barca è grande: ci possono stare fino a sei sedie a ruote oppure un paio di carrozzine elettriche, per dare la possibilità di provare l’ebbrezza della vela anche alle persone tetraplegiche. Tutti possono fare qualcosa all’interno di una barca, è un buon modo per potenziare l’autostima e anche per ripensare una nuova autonomia. Il progetto doveva toccare tutte le regioni che si affacciano sul Tirreno, tranne la Sardegna, invece per colpa del coronavirus navigheremo solo lungo le coste della Toscana e del Lazio rimandando la partenza da Viareggio a giugno, se tutto andrà bene. E il ricavato delle vendite del libro Cambio rotta, se acquistato dal sito web sailforall.it, andrà a sostenere “Tornavento” per quest’anno e anche per il prossimo.

Progetti per il futuro?
Il giro d’Italia in solitaria è stato un training, una sorta di allenamento in vista del mio vero scopo: la traversata dell’Atlantico, da solo con Muttley, partendo da Venezia e arrivando ai Caraibi, dove tutto ha avuto inizio. Un sogno che porto avanti dal mio battesimo in barca a vela, ma che va realizzato step dopo step, a partire dalla ricerca di sponsor fino alla preparazione di braccia e spalle. Un obiettivo previsto per il 2023 o al massimo per il 2024. 


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Michela Trigari, 29 agosto 2020



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