“Se vi preoccupate dei lavoratori poveri, della giustizia razziale e del cambiamento climatico, dovete smettere di mangiare animali”. Lo scorso maggio, il monito dello scrittore Jonathan Safran Foer – autore di “Possiamo salvare il mondo, prima di cena” (Guanda, 2019) – era risuonato nel mondo dalle pagine del New York Times e con il passare dei mesi non perde forza.

L’impatto degli allevamenti industriali sul Pianeta, infatti, continua a crescere, “con conseguenze molto vicine a noi, oltre a quelle su scala globale”, come spiega a Fa’ La Cosa Giusta! Federica Ferrario, responsabile Agricoltura Greenpeace Italia.

“La maggior parte delle terre agricole, infatti, sono usate per produrre mangimi per gli allevamenti intensivi; più del 30% di tutte le colture che produciamo globalmente viene usato per nutrire gli animali e a favore degli allevamenti stiamo erodendo la biodiversità. L’80% delle foreste del Pianeta sta scomparendo per far spazio ai pascoli e alla coltivazione di mangimi industriali”, sottolinea.

Sono numerose le pubblicazioni che Greenpeace ha dedicato in questi ultimi mesi agli impatti degli allevamenti industriali. Il recentissimo “Il peso della carne” (ottobre 2020), scritto con l’Università degli Studi della Tuscia, rivela che gli allevamenti intensivi e l’agricoltura stanno consumando una volta e mezza le risorse naturali messe a disposizione dai terreni agricoli italiani. I soli allevamenti richiedono il 39% delle risorse agricole italiane per compensare le emissioni di gas serra derivate dalle deiezioni e dalla fermentazione enterica degli animali –pari al 17% delle emissioni totali dell’Unione Europea, più di quelle dei trasporti e dell’industria. Un problema che si concentra nelle regioni del bacino padano e in particolare in Lombardia, dove sono allevati circa il 50% dei suini e il 25% dei bovini del nostro Paese. Qui si trovano in media un maiale ogni due abitanti e 180 suini per chilometro quadrato e per compensarne le emissioni, la Lomb