Scuole “semi-aperte”. Con tanti docenti e classi in quarantena, l’anno non decolla

La denuncia di un professore di un istituto agrario della capitale: “L’anello debole siamo noi docenti: 12 quelli in quarantena nella nostra scuola, io potrò rientrare il 14, previo tampone. Ho cinque classi. Ora l’istituto ha dovuto chiudere. Ma sulla didattica a distanza nessun punto fermo. E gira un’autocertificazione che rischia di trasformare le scuole in bombe.”

Tra protocolli, tracciamenti e quarantene, la scuola rischia la paralisi: di fatto, potremmo dire, è “semi-aperta”, o “momentaneamente aperta”, ma la chiusura incombe come una minaccia concreta su tutti gli istituti. Lo sa bene chi frequenta la scuola ogni giorno, lo sanno bene le famiglie: tutti possono testimoniare del senso di precarietà e incertezza che caratterizza ogni giornata, sempre con il dubbio che da domani si possa stare tutti a casa, per un caso positivo che rende necessario l’isolamento fiduciario (altrimenti detto quarantena) per tutti coloro che lo hanno incontrato.

Il problema però sono sopratutto i docenti e il personale scolastico: insieme agli studenti, sono sempre di più i professori che, essendo entrati in contatto con un caso positivo, devono smettere di andare a scuola. E le conseguenze sono inevitabili, soprattutto laddove il docente copra più classi. Dati ufficiali e certi non ce ne sono, ma si può immaginare che ogni scuola abbia in questo momento almeno un docente in quarantena; ci sono istituti in cui il numero di docenti assenti per isolamento è superiore a dieci. “Siamo noi l’anello debole della scuola, in questo momento – afferma M., un docente dell’istituto agrario Domizia Lucilla di Roma – La scuola ha dovuto chiudere, perché con 12 insegnanti in quarantena, le sette classi ‘sane’ non potevano essere seguite. Così siamo tutti a casa. Chi può, chi riesce, chi vuole, fa didattica a distanza. Ma in questo non sono stati fatti molti passi avanti, rispetto a giugno: non si è investito su questo tipo di scuola, che doveva essere una risorsa fondamentale in un anno che sarà costellato, prevedo, di incertezze e interruzioni”.

Un caso positivo: inizia la “giostra”

Quello che è successo nei giorni scorsi al Domizia Lucilla, “è quello che sta accadendo ovunque – assicura M. – ma se ne parla troppo poco: tutti sanno cosa accade nella Juve o nel Napoli, ma pochi sanno che lo stesso sta accedendo nelle nostre scuole. E quello che sta avvenendo dimostra come sia stato fatto troppo poco per prevenire una situazione che si poteva facilmente immaginare. Giovedì scorso, un ragazzo della scuola ha manifestato i primi sintomi, quindi dal giorno successivo è stato a casa. Eseguito il tampone, lunedì scorso ha avuto l’esito positivo. Si è così attivata la procedura prevista dalla politica del tracciamento nelle scuole e descritta nel decreto del 7 settembre: in caso di positività di un alunno o di un docente, viene avvisata la scuola, che a sua volta contatta la Asl, la quale attiva il protocollo, mettendo in isolamento tutta la classe e il personale entrato in contatto con il contagio e dispone l’esecuzione del tampone rapido. Così è accaduto anche nel nostro caso: lunedì pomeriggio sono stato avvisato dalla scuola e contattato dalla Asl, che mi ha dato appuntamento, insieme a tutta la classe, per martedì pomeriggio presso il presidio di Santa Maria della Pietà”.

Qui tutto ha funzionato, assicura M.: “Non abbiamo dovuto fare l’interminabile coda al drive in, dove l’attesa era di circa cinque ore. Quella tocca a chi deve fare il tampone su richiesta del medico. Chi viene invece tracciato dalla Asl, come appunto studenti e professori, viene ricevuto in una zona diversa, su appuntamento e senza attesa”. Il tampone che viene eseguito in questo caso è quello rapido: “Abbiamo avuto il risultato in quattro ore e noi docenti siamo risultati tutti negativi. Ora però dovremo eseguire comunque il molecolare, perché il rapido ha un’alta percentuale di errore: serve per far emergere subito il positivo, ma non dà certezza sui negativi”.

Scuola chiusa, troppi “prof” in quarantena

La quarantena, quindi, va avanti per tutti i docenti. “Io soltanto ho cinque classi e ci sono altri 11 colleghi in quarantena, tutti quelli che sono entrati in contatto con questo o con altri casi positivi. Prima del 14 non potrò rientrare, entro il 12 sarò convocato per il tampone molecolare”. E nel frattempo? “Nel frattempo, l’istituto ha dovuto chiudere: sebbene ci siano solo due classi in isolamento e sette senza casi, non c’è personale a sufficienza per seguire i ragazzi. Colpa anche del fatto che l’organico non è completo, siamo partiti con pochi docenti e siamo ancora in attesa delle nomine, Così, tutti a casa, quindi, fino a metà mese. E quando torneremo a scuola, basterà un nuovo caso per ricominciare tutto daccapo. In queste condizioni, c’è da aspettarsi che le scuole, dopo essere state faticosamente aperte, lo restino solo ufficialmente, ma di fatto subiscano continue interruzioni”.

Che fare dunque? E’ stato pensato male il protocollo? Cosa si poteva fare di diverso? “Si sta facendo ciò che è necessario fare per osservare l’andamento del virus e tracciarlo: ma non si è pensato a due aspetti: primo, che l’anello debole della catena sono i docenti, spesso anziani. Il vero problema però non è la scuola – continua M. – Noi ci comportiamo bene e i ragazzi anche, riusciamo a rispettare e a far rispettare le regole. Ma i ragazzi ci domandano perché, mentre in classe devono stare seduti e fermi come mummie, poi in autobus non abbiano neanche lo spazio per respirare, per esempio. Insomma, c’è uno scarto netto tra come si vive dentro la scuola e come si vive fuori. La socialità, all’esterno delle nostre aule, è molto più difficile da controllare e procede in modo sregolato”.

L’autocertificazione per sottrarsi al tracciamento

C’è poi una novità, che non ha niente di ufficiale ma che di fatto informalmente circola nei corridoi scolastici: un’autocertificazione che i docenti potrebbero firmare, per poter continuare a svolgere servizio. “Io mi sono rifiutato, mi pare una follia, una bufala, una truffa: in pratica, si tratta di sottrarsi al tracciamento da parte della Asl, dichiarando di stare bene e di non essere entrato in contatto con casi positivi, assumendosi la responsabilità di ciò che si dichiara. E’ evidentemente un modo per tenerci in servizio: così forse si riesce a tenere la scuola aperta, ma si rischia di uccidere i docenti. E di trasformare le scuole in bombe a orologeria”.

Quello che invece si doveva fare, non si è fatto: “Potenziare la didattica a distanza che, disgraziatamente, è l’unica possibilità che in questo momento abbiamo di fare scuola con continuità e in sicurezza. Invece non sono stati fatti grandi passi avanti rispetto a giugno: chi vuole e può, in questi giorni fa lezione da casa, io l’ho fatto sia ieri che oggi. Ma è ancora tutto facoltativo, sregolato, poco o nulla incentivato. Si sono aperte le scuole, ma non si sono fatti i conti con la realtà e non si è fatto abbastanza per garantire davvero la scuola a tutti”.

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Chiara Ludovisi, 8 ottobre 2020