Vivere e lavorare in alta quota: la storia di Alice e Irene, ideatrici della “Remoto community”

Iniziare la giornata con una camminata nei boschi, invece che con lo slalom tra le auto o pigiati in metropolitana. Lavorare e vedere dalla finestra cime innevate. Riuscire a fare una pausa pranzo dignitosa, magari concedendosi una breve passeggiata sui prati oppure con gli sci di fondo o le ciaspole. E chi non vorrebbe vivere così? In realtà è possibile, anche se si è nativi cittadini.

Alice Mela, interaction designer, e Irene Ameglio, project manager freelance, 35enni, torinesi, hanno fatto un passo alla volta e ora vivono a San Sicario, piccolo borgo di montagna a 1.500 di altitudine all’imbocco tra la Val di Susa e la Valle del Chisone. È in provincia di Torino, ma è tutto un altro mondo.

“Già prima della pandemia eravamo stanche della vita cittadina e dei suoi ritmi -racconta Irene-. Un anno fa abbiamo avuto l’occasione di poter lavorare per un po’ di settimane nella casa di montagna di un amico. Ci siamo trovate bene, abbiamo visto che la nostra produttività non ne risentiva. Anzi. E allora abbiamo deciso di cercare un luogo in montagna dove trasferirci. Abbiamo trovato un appartamento in affitto: all’inizio per due mesi, ma poi l’abbiamo prolungato per un altro anno”. E fin qui, tutto sommato, la storia di Irene e Alice, pur invidiabile, potrebbe essere comune a tante altre persone che hanno lasciato la città.

La differenza sta nel fatto che Irene e Alice hanno avviato anche un progetto di co-living ad alta quota. Lo hanno chiamato “Remoto community”. In ottobre hanno preso in affitto altri appartamenti e locali a San Sicario per ospitare persone che volessero vivere l’esperienza di lavorare da una località di montagna. Da una a tre settimane, colazione inclusa, con possibilità di cucinare o di usufruire del ristorante del borgo.

“Abbiamo capito che c’è un bisogno diffuso simile al nostro -sottolinea Irene-. E abbiamo visto che qui ci sono spazi. Fuori dalle stagioni turistiche la montagna è quasi abbandonata. Un progetto come il nostro permette anche di tenere vivo un borgo in cui abitano stabilmente solo tre famiglie”.

Sono 35 le persone che hanno partecipato alla prima edizione di Remoto Community. “La più giovane aveva 27 anni, la più anziana 46. Quasi tutti erano comunque tra i 30 e i 40 anni. Tutti stavano già lavorando da remoto, causa pandemia -spiega Irene-. Hanno impieghi nel mondo del digitale e c’erano anche due dipendenti pubblici”. La convivenza ha creato legami, collaborazioni, scambi di competenze. Nel co-living di Remoto Community si può avere spazio e tempo di assoluto silenzio, come momenti e luoghi di scambio. “Abbiamo potuto fare questa esperienza grazie anche al coinvolgimento della comunità locale -ci tiene a sottolineare Irene-. Abbiamo organizzato degustazioni, visite ad aziende agricole del territorio, escursioni”.

Visto il successo della prima edizione, Irene e Alice stanno già immaginando di organizzarne delle altre. “La montagna è molto bella -commenta Irene-. Ma richiede anche un po’ di spirito d’adattamento. Non ci sono ovviamente tutti i servizi che si trovano in una città. Quindi la scelta di viverci per sempre o solo per brevi periodi dipende da molti fattori, molto personali. Per quanto mi riguarda, mi sono resa conto che stando in alta quota cambia la percezione dei bisogni. Dopo un po’ ti rendi conto che non ne senti più il bisogno di certe cose e acquistano importanza altre”.

Foto di copertina: Diego Marmi.