I muretti a secco della Valtellina, costruiti seguendo norme edilizie tramandate oralmente, di generazione in generazione, sono patrimonio dell’umanità. Su queste terrazze naturali, abbarbicate sul versante della montagna, uomini e piante vivono in simbiosi, resistenti al clima e alla fatica. La vite, coltivata come si faceva 400 anni fa, produce frutti unici. A prendersene cura sono viticoltori eroici, che tutelano tradizioni e paesaggi senza eguali al mondo, a rischio d’estinzione.

Siamo qui per capire a cosa serve la viticoltura eroica di montagna con Andrea Patroni, responsabile agricolo della Cooperativa Agricola Sociale “Il Gabbiano“, che da anni porta i suoi prodotti biologici a Fa’ la cosa giusta!, nell’area Mangia come parli. È stato lui a guidarci tra i filari e poi in cantina, per raccontarci la storia di questa realtà, che a partire da terreni abbandonati e poi recuperati, coltiva frutta e verdura, produce vino con tecniche sostenibilia basso impatto ambientale, e dà l’opportunità di formarsi professionalmente a persone fragili, attraverso il lavoro agricolo.

Quando una viticoltura può definirsi “eroica”? Secondo il CERVIM (Centro di Ricerca, Studi, Salvaguardia, Coordinamento e Valorizzazione per la Viticoltura Montana) solo se risponde a uno o più di questi criteri:

  • la pendenza del terreno è superiore al 30%
  • l’altitudine è superiore ai 500 metri s.l.m.
  • si svolge su terrazze e gradoni
  • si svolge su piccole isole
Ciò che accomuna le esperienze di agricoltura eroica sparse sul territorio italiano è quindi il prendersi cura di terreni marginali, che altrimenti sarebbero incolti. Una grossa perdita per il territorio: immaginate come cambierebbe il paesaggio valtellinese senza i suoi terrazzamenti.