Onlus milanesi in prima linea: l’emergenza afghana non è finita

Non dimentichiamoci delle donne afghane. È l’appello che arriva da diverse associazioni e ong impegnate sia in Italia -nell’accoglienza delle famiglie scappate nell’agosto scorso da Kabul- sia nel sostegno a chi in Afghanistan è rimasto. Il ritorno del regime dei Talebani ha distrutto la vita di milioni di afghani. Le immagini di migliaia di persone che cercavano di entrare nell’aeroporto di Kabul e di salire disperatamente su qualsiasi aereo ha suscitato molto clamore.

Ora l’Afghanistan è finito in secondo piano nell’agenda dell’informazione. Ci siamo chiesti allora come stanno vivendo quelle donne, uomini e bambini fuggiti e quelli rimasti intrappolati in Afghanistan. “Le famiglie arrivate in Italia hanno vissuto un vero e proprio shock perché non avevano previsto di dover scappare, si sono quindi ritrovate in un altro Paese completamente diverso dal loro”, spiega Luca Lo Presti, presidente della Fondazione Pangea, che da diversi anni aveva progetti di microcredito in Afghanistan. Grazie alla Fondazione Pangea oltre 300 famiglie hanno trovato rifugio in Italia. “Non hanno avuto il tempo di metabolizzare il distacco. Nei giorni della fuga hanno avuto coraggio e forza, ma ora stanno vivendo crisi psicologiche ed emotive. C’è chi addirittura vorrebbe tornare nel proprio Paese. Li capisco, stanno vivendo una situazione molto complessa”. Nel frattempo sono stati avviati corsi di italiano, per i più giovani si stanno aprendo le porte di alcune università, i bambini hanno cominciato ad andare a scuola. I primi passi per tornare alla vita.

Primi passi che stanno facendo anche le 56 persone accolte nell’Abbazia di Mirasole, alle porte di Milano, da Progetto Arca. Tra loro ci sono otto dottoresse e i loro famigliari (in tutto 34 persone) che lavoravano nel centro di prevenzione e diagnosi del tumore al seno avviato a Herat nel 2011 dalla Fondazione Veronesi. “Grandi professioniste, con un’ottima cultura e tante aspettative -spiega Costantina Regazzo, direttrice dei servizi di Progetto Arca-. Vorrebbero poter svolgere il loro mestiere qui in Italia, ma ci sono grossi problemi burocratici, per ora non siamo riusciti a far riconoscere il loro titolo di studio”. In questi mesi tutte le persone ospitate da Progetto Arca hanno ottenuto il permesso di soggiorno, la tessera sanitaria, il passaporto. Qualcuna delle famiglie già vive in un appartamento. “Un passo verso l’autonomia -spiega Costantina Regazzo-. Certo il percorso è ancora lungo, perché oltre a dover imparare l’italiano, bisogna trovare un lavoro”.

Anche se al sicuro, chi è arrivato in Italia continua a vivere nell’angoscia per le sorti dei famigliari rimasti in Afghanistan. Fondazione Pangea ha anche creato una rete di Safe House segrete a Kabul e in altre città, in cui trovano rifugio attualmente 92 persone ricercate dai Talebani perché avevano lavorato con onlus straniere o perché hanno protestato contro il regime. “Vivono nascoste e protette da altri afghani che coraggiosamente provvedono a tutto -racconta Luca Lo Presti-. Dobbiamo stare molto attenti, perché i Talebani cercano di infiltrarsi tra i nostri contatti per scovare le safe house e arrestare chi ne è ospite. E purtroppo è già successo”. In queste settimane poi ci sono due nuovi nemici: la fame e il freddo. “La popolazione è stremata. Non c’è cibo. Il rigido inverno afghano è appena iniziato e le famiglie non hanno soldi per la legna, spesso nelle case non c’è elettricità per le stufe elettriche”. Oltre 3 milioni di bambini non hanno cibo. Pangea ha iniziato la distribuzione di pacchi alimentari, di coperte, di abiti caldi e di beni di prima necessità in 7 provincie afghane. “Raggiungeremo oltre 7 mila famiglie, oltre 60mila bambini. Riceviamo ogni giorno richieste di aiuto. Le colleghe afghane ci inviano foto drammatiche. Spesso ci sentiamo impotenti di fronte a queste immagini. Non le lasciamo sole. Non lasciateci soli!”.

Photo credits: Ugo Panella per Pangea onlus

Di Afghanistan avevamo parlato con la giornalista Francesca Mannocchi qualche mese fa: questo è il video dell’intervista a cura di Luca Martinelli.