In questi giorni si sta tenendo a Cali, in Colombia, la COP-16 sulla biodiversità. La conferenza, che quest’anno ha come tema centrale la “Pace con la natura”, si sta concentrando sulla valutazione dei progressi compiuti nel raggiungimento degli obiettivi del Quadro globale per la Biodiversità, che comprendono la conservazione del 30% delle terre e degli oceani del mondo entro il 2030, la riduzione dell’inquinamento e la promozione dell’uso sostenibile delle risorse naturali. Proprio in questa occasione Slow Food, organizzazione osservatrice nelle discussioni ufficiali, ha sollecitato migliaia di delegati da tutto il mondo a richiamare i governi per integrare i propri piani d’azione con i principi agroecologici.

Ma che cos’è l’agroecologia?

Miguel A. Altieri, professore associato all’Università della California di Berkeley, coordinatore generale del programma dell’agricoltura sostenibile delle Nazioni Unite e consulente tecnico del consorzio latinoamericano di agroecologia e sviluppo, definisce l’agroecologia come “una disciplina che combina le conoscenze degli agricoltori tradizionali con le scoperte delle moderne scienze agricole con l’obiettivo di sistematizzare dei principi che, se applicati, consentono di sviluppare sistemi agricoli produttivi, biodiversi, resilienti ed efficienti”. L’agroecologia non può essere trattata esclusivamente come un disciplina scientifica, o come un movimento sociale o un modello agricolo. Si tratta piuttosto di un concetto che interseca queste tre dimensioni e che si pone l’obiettivo di rappresentare un sistema di produzione che sia nel suo complesso sostenibile, sia dal punto di vista ambientale che sociale. 

Cosa significa concretamente applicare l’agroecologia? 

Anche qui non esiste una definizione univoca, e ogni territorio è chiamato a sviluppare un proprio modello che può includere tecniche di agricoltura rigenerativa, pratiche tipiche dell’agricoltura biologica o soluzioni tecnologiche innovative

Un caso emblematico è quello di Cuba, che negli anni ’90, dopo il crollo del blocco sovietico, si trovò a dover affrontare una drastica riduzione dell’importazione di pesticidi e fertilizzanti, scesa dell’80%. Questa situazione costrinse il paese a adottare un sistema gestito da piccoli agricoltori che avevano già esperienza nel coltivare senza supporti esterni che si è rivelato più sostenibile sia dal punto di vista ambientale che sociale. Ad oggi, Cuba si caratterizza per azioni virtuose come quella portata avanti dalle Donne Clim@s di Taguasco, un gruppo di professioniste agricole unite per promuovere la resilienza climatica e l’agroenergia. Hanno formato una rete di sostegno tra cinque aziende e una trentina di lavoratrici, utilizzando un gruppo WhatsApp per scambiarsi consigli e pratiche agricole. Questo progetto, finanziato dal Fondo mondiale per l’ambiente, mira a potenziare il ruolo femminile nel settore e a facilitare la transizione energetica attraverso l’installazione di fonti rinnovabili. Recentemente, questa iniziativa ha fatto da traino per una proposta di legge per sostenere l’agroecologia, integrando pratiche che rispettano la cultura contadina e migliorano la biodiversità. 

In altri paesi, come El Salvador l’agroecologia si pone sempre più spesso come alternativa alle monoculture di canna da zucchero che causano perdita di biodiversità, inaridimento del suolo e problemi di salute per i cittadini. Da circa venti anni, infatti, in El Salvador è stata scoperta un’epidemia di insufficienze renali croniche, diffusa soprattutto tra le comunità che si trovano intorno alle monocolture di canna da zucchero e dovuta a “cause non tradizionali”, tra cui la disidratazione, amplificata da ondate di calore sempre più estreme, e l’utilizzo di pesticidi o altri prodotti chimici di sintesi usati nelle piantagioni. Qui alcuni contadini hanno deciso di riconvertire le monocolture secondo il principio di diversificazione, non coltivando mai per due anni di fila lo stesso vegetale, hanno così potuto portare avanti la coltivazione di piante di supporto come i legumi, e stanno gradualmente sostituendo ai pesticidi fertilizzanti organici autoprodotti come il bokashi.

In entrambi gli esempi si può osservare come l’applicazione di un modello agroecologico si ponga l’obiettivo di valorizzare le conoscenze dei piccoli produttori, favorendo un dialogo tra diverse forme di sapere e promuovendo lo scambio di idee, a differenza di una “rivoluzione verde” che ha finito per imporre ai territori un nuovo sapere di stampo occidentale trascurando le tradizioni locali.

L’agroecologia, inoltre, si pone anche in un’ottica di attivazione della società, poiché in questo modello anche il ruolo del consumatore è cruciale. Con l’aumento della popolazione, l’agricoltura viene chiamata a fornire a sempre più persone cibo buono, sano e sostenibile dal punto di vista sociale e ambientale, con tutte le difficoltà legate al mantenimento di ritmi di produzione costanti. È quindi essenziale richiamare all’azione anche i consumatori, che, come cittadini, possono influenzare le scelte collettive in tantissimi modi diversi: riducendo il consumo di carne a favore di fonti proteiche vegetali, scegliendo prodotti a chilometro zero e adottando comportamenti virtuosi per ridurre gli sprechi alimentari.

Anche qui non esiste una definizione univoca, e ogni territorio è chiamato a sviluppare un proprio modello che può includere tecniche di agricoltura rigenerativa, pratiche tipiche dell’agricoltura biologica o soluzioni tecnologiche innovative

Un caso emblematico è quello di Cuba, che negli anni ’90, dopo il crollo del blocco sovietico, si trovò a dover affrontare una drastica riduzione dell’importazione di pesticidi e fertilizzanti, scesa dell’80%. Questa situazione costrinse il paese a adottare un sistema gestito da piccoli agricoltori che avevano già esperienza nel coltivare senza supporti esterni che si è rivelato più sostenibile sia dal punto di vista ambientale che sociale. Ad oggi, Cuba, si caratterizza per delle azioni virtuose come la “Creazione di capacità per la resilienza climatica e l’agroenergia da parte della leadership delle donne nel comune di Taguasco”. Le Donne Clim@s Cubane si organizzano infatti come un gruppo di professioniste agricole unite per promuovere la resilienza climatica e l’agroenergia. Hanno formato una rete di sostegno tra cinque aziende e una trentina di lavoratrici, utilizzando un gruppo WhatsApp per scambiarsi consigli e pratiche agricole. Questo progetto, finanziato dal Fondo mondiale per l’ambiente, mira a potenziare il ruolo femminile nel settore e a facilitare la transizione energetica attraverso l’installazione di fonti rinnovabili. Recentemente, questa iniziativa ha fatto da traino per una proposta di legge per sostenere l’agroecologia, integrando pratiche che rispettano la cultura contadina e migliorano la biodiversità. 

In altri paesi, come El Salvador l’agroecologia si pone sempre più spesso come alternativa alle monoculture di canna da zucchero che causano perdita di biodiversità, inaridimento del suolo e problemi di salute per i cittadini. Da circa venti anni, infatti, in El Salvador è stata scoperta un’epidemia di insufficienze renali croniche, diffusa soprattutto tra le comunità che si trovano intorno alle monocolture di canna da zucchero e dovuta a “cause non tradizionali”, tra cui la disidratazione, amplificata da ondate di calore sempre più estreme, e l’utilizzo di pesticidi o altri prodotti chimici di sintesi usati nelle piantagioni. Qui alcuni contadini hanno deciso di riconvertire le monocolture secondo il principio di diversificazione, non coltivando mai per due anni di fila lo stesso vegetale, hanno così potuto portare avanti la coltivazione di piante di supporto come i legumi, e stanno gradualmente sostituendo ai pesticidi fertilizzanti organici autoprodotti come il bokashi.

In entrambi gli esempi si può osservare come l’applicazione di un modello agroecologico si ponga l’obiettivo di valorizzare le conoscenze dei piccoli produttori, favorendo un dialogo tra diverse forme di sapere e promuovendo lo scambio di idee, a differenza di una “rivoluzione verde” che ha finito per imporre ai territori un nuovo sapere di stampo occidentale trascurando le tradizioni locali.

L’agroecologia, inoltre, si pone anche in un’ottica di attivazione della società, poiché in questo modello anche il ruolo del consumatore è cruciale. Con l’aumento della popolazione, l’agricoltura viene chiamata a fornire a sempre più persone cibo buono, sano e sostenibile dal punto di vista sociale e ambientale, con tutte le difficoltà legate al mantenimento di ritmi di produzione costanti. È quindi essenziale richiamare all’azione anche i consumatori, che, come cittadini, possono influenzare le scelte collettive in tantissimi modi diversi: riducendo il consumo di carne a favore di fonti proteiche vegetali, scegliendo prodotti a chilometro zero e adottando comportamenti virtuosi per ridurre gli sprechi alimentari.

L’area tematica Sapori e Saperi di Fa’ la cosa giusta!

Il tema del cibo e del suo stretto legame con l’ambiente, la tradizione e la cultura è sempre stato centrale nella storia di Fa’ la cosa giusta!. Anche quest’anno abbiamo deciso di dedicargli un’area tematica, “Sapori e saperi”, dove ci confronteremo con contadini, produttori e imprese che proteggono la biodiversità coltivando in maniera biologica, producendo in maniera artigianale o promuovendo l’agricoltura locale e le filiere certificate. Ma anche con realtà innovative che portano sulla tavola i cibi del futuro – vegetali, vegan, “freefrom”.