In Sicilia la siccità ha colpito al cuore le risorse idriche regionali. Le esigue piogge autunnali e l’aumento esponenziale delle temperature hanno accelerato l’evaporazione dei bacini idrici e hanno impedito alle falde di riempirsi.

La sfida che affronta la Sicilia, insieme a buona parte del sud Italia, ha la stessa genesi delle piogge alluvionali che hanno causato un’umidità estrema al nord: la crisi climatica.

E tra i settori più a rischio nel “granaio d’Italia” (così lo definì Cicerone) c’è l’agricoltura.

Ne abbiamo parlato con Luca Li Vecchi, uno dei soci della cooperativa che ha ridato vita al feudo di Verbumcaudo, sequestrato dal giudice Falcone nel 1987 a seguito della sua vendita illecita ai fratelli Greco, esponenti di Cosa Nostra.

Il feudo, di 1200 ettari, si trova nel comune di Polizzi Generosa, in un “canyon” nelle madonie in cui dove, quando soffia lo scirocco, le temperature raggiungono i 45-50 gradi. 

“Un territorio molto caldo sia dal punto di vista climatico sia dal punto di vista degli eventi che vi si sono succeduti”, racconta Luca. “Ma la terra calda è anche quella che porta buoni frutti” aggiunge. 

Come gli agricoltori affrontano la crisi climatica

“Va ripensato il modo di fare agricoltura, con soluzioni di breve, medio e lungo termine” sostiene Luca Li Vecchi. “Altrimenti diventa economicamente svantaggioso, e si lascia il passo alle grandi multinazionali che pagano fior di denaro un pezzo di terra per costruirci nuovi impianti fotovoltaici”. 

È tanta la risorsa idrica che si perde in Sicilia: basti pensare alla fatiscente rete di acquedotti che stanno alimentando un’emergenza idropotabile. “Ci sono già state annate così nel passato: oggi però i lassi di tempo tra un ciclo di siccità e l’altro si stanno restringendo, e nessuno sa quanto durerà ancora questa situazione”.

Quali sono le possibili soluzioni?

“Noi pratichiamo in maniera molto oculata l’aridocultura. che si basa su un principio conservativo delle risorse idriche provenienti dalle piogge invernali. Sfruttiamo l’umidità contenuta nel terreno, lavorandolo in profondità, affinché le coltivazioni orticole – tra cui una delle nostre eccellenze, il pomodoro siccagno – riescano ad autosostenersi, alimentarsi e regolamentarsi”. Questa siccità estrema, però, ha messo in crisi anche l’aridocoltura. 

I prodotti di Verbumcaudo: la pasta e la salsa biologica di pomodoro Siccagno.

Le soluzioni a breve termine sono misure di sostegno al reddito per gli agricoltori “messi a dura prova anche dalla PAC, la Politica Agricola Comune dell’UE, che ha preteso di calare dall’alto politiche che poco si attengono al clima mediterraneo” sottolinea Luca. Reddito necessario per sopravvivere all’annata e investire. 

Nel medio e lungo termine, è necessaria una gestione più oculata delle risorse idriche, anche in chiave cooperativa. “Vanno messi in condivisione sia gli investimenti sia l’approvvigionamento. Dobbiamo agire come una comunità, per rivisitare il fare agricolo senza mettere a repentaglio i prodotti che caratterizzano la dieta mediterranea e la storicità dei territori. Tanti presidi slow food stanno scomparendo”. 

Altre possibili soluzioni, nel futuro, potrebbero essere i dissalatori, per l’emergenza idropotabile, e il riuso delle acque reflue, in agricoltura.

Il ruolo dei consumatori

Cosa possiamo fare come consumatori? viene spontaneo chiedergli.

  • “Scegliere consapevolmente cosa mettere a tavola – prodotti biologici e locali, che abbiano un occhio di riguardo nei confronti della risorsa idrica, controllo del territorio dal punto di vista idrogeologico”. In due parole, consumo critico
  • Evitare gli sprechi. “Come azienda abbiamo fatto una scelta: avevamo due formati di salsa al pomodoro, da 680ml e 410 ml. Abbiamo scelto di continuare a produrre solo quest’ultimo, perché abbiamo incontrato un mondo di consumatori consapevoli, che ha capito che il nostro pomodoro va allungato con l’acqua”
  • Finanziare le aziende che generano un forte impatto sociale. “Verbumcaudo lo realizza anche attraverso l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate nell’emporio biologico dove si trovano in vendita i prodotti del feudo”, venduti sia in Italia che all’estero anche attraverso l’e-commerce sul sito.  

L’uliveto di Verbumcaudo, recuperato con il contributo di Fondazione per il sud: nel 2023 ha prodotto 2.500 litri di olio.

Il futuro di Verbumcaudo

“Non siamo soli” racconta Luca. “La cooperativa è formata da 10 soci lavoratori, ma nei periodi di picco – quelli della raccolta, da metà agosto a fine novembre – sono impiegate fino a 20 persone. Sono tante le realtà cooperative sul territorio: la volontà è quella di lavorare in rete, per contaminarsi e sostenersi”. 

“Quest’anno non potremo raccogliere il grano. Abbiamo raccolto però buoni legumi, e stiamo lavorando alacremente per salvare il pomodoro. Il vigneto e l’uliveto sono messi a dura prova. Anche a Verbumcaudo c’è risorsa idrica che si perde, ma va recuperata: ci stiamo lavorando”.

Il progetto di ridare vita a questo bene tolto alla mafia passa anche dalla ristrutturazione della masseria del feudo: un progetto da 5 milioni di euro, che guarda ai contadini del futuro.

“Mi preoccupa quello che è successo qualche giorno fa tra Agenzia Nazionale dei Beni Confiscati e Ministero dell’Agricoltura: un accordo che in qualche modo supera l’art.48 del codice antimafia, permettendo ai giovani imprenditori di praticare l’agricoltura sociale in maniera individualistica. Questo svilisce il lavoro cooperativo che si fa sui beni confiscati e mortifica, più in generale, tutto il terzo settore. Vedo all’orizzonte la possibilità della vendita dei beni confiscati”. 

Il perché è così importante restituire alla comunità questi beni, senza perdere mai di vista l’educazione alla legalità, è evidente. “Per un mafioso andare in galera fa parte del gioco: lo mette in conto, e anzi finirci lo accresce nella gerarchia. Però la terra è la “robba” loro, ci sono legati: che la Regione e i cittadini se la riprendano, perché torni ad essere un bene comune, è importante”.

Una vendemmia di comunità a Verbumcaudo

Quella di Verbumcaudo, più di tutto, è una storia di amore per il territorio, una delle tante storie di restanza nelle aree interne del nostro paese. “Siamo persone che vogliono vivere su questo territorio, e farlo vivere: prima ci siamo messi in proprio, ora stimoliamo gli altri a fare il proprio”.

Tutte le fotografie sono di Maghweb.