La notizia di qualche giorno fa della presenza di sostanze chimiche tossiche nei capi Shein, colosso del fast fashion già sotto la lente per le condizioni di lavoro disumane dei suoi lavoratori, ha riacceso i riflettori sul tema dei rischi per l’ambiente e i consumatori, soprattutto se incrociamo questa informazione con i dati che già conosciamo sull’impatto della moda: in Europa ogni anno vengono gettati via 5,8 milioni di tonnellate di vestiti (circa 11 chili a persona) e, a livello mondiale, ogni secondo l’equivalente di un camion carico di materiali tessili finisce in discarica o incenerito.

Una definizione di Fast Fashion

Il Fast Fashion è un modello di business che si basa sulla produzione rapida e a basso costo, a scapito della qualità e della giusta retribuzione della manodopera. I capi prodotti dai colossi come Shein, Temu e Inditex, sono concepiti per essere indossati per poche stagioni, e per questo confezionati con materiali scadenti, molto spesso sintetici e quindi altamente inquinanti. Se vi siete mai chiesti cosa state indossando, sappiate che ad oggi il 70% dei tessuti sono composti da fibre sintetiche (nylon, poliestere, acrilico), derivate in larga parte dal petrolio, e difficilmente biodegradabili.

Cosa produce il fast fashion, oltre a un mercato del valore di 120 miliardi di dollari a livello globale?

  • danni ambientali (inquinamento, consumo di risorse idriche e del suolo, eccessiva produzione di rifiuti tessili)
  • danni sociali, legati in primis allo sfruttamento dei lavoratori nei paesi in via di sviluppo – come al Rana Plaza, a Dacca, dove il 24 aprile 2013 crollò una palazzina di otto piani dove c’erano cinque fabbriche di capi per marchi internazionali: morirono 1.129 persone e ne rimasero ferite più di 2.500.
  • danni etici, perché promuove la cultura dell’“usa e getta”.

Il Fast Fashion ha avuto origine negli anni ’80, con l’avvento di nuove tecnologie tessili, e grandi multinazionali a partire dal 2000 hanno contribuito a farla esplodere, producendo un numero sempre più alto di collezioni all’anno e rendendo questa tipologia di moda accessibile a tutti e in tutti i paesi globalizzati. La moda “veloce” cambia continuamente, invita a comprare abiti a basso costo in modo compulsivo e altrettanto rapidamente a sbarazzarsene.

Il “Critical Fashion” a Fa’ la cosa giusta!

In fiera, dove facciamo incontrare etica ed estetica, dal 2010 abbiamo iniziato a parlare di “Critical Fashion”. Un’espressione che per noi racchiude il concetto di moda sostenibile e consapevole e si traduce in fibre naturali, artigianalità, filiere controllate, imprese sociali attente ai territori, commercio equo e sostenibile, ma anche durata e riuso creativo dei materiali!

In fiera grazie all’aiuto di tante aziende virtuose e di esperti del settore, diamo ai visitatori strumenti per contrastare i danni del Fast Fashion: informazione e consapevolezza!

  • A partire da una riflessione sulle proprie reali necessità, ciascuno di noi può scegliere di acquistare solo capi di cui farà un utilizzo reale, a queste condizioni: che siano durevoli, realizzati con materiali sostenibili e brand rispettosi dei diritti dei lavoratori. Ma prima, c’è sempre l’opzione decluttering;
  • Il primo passo è quello che conta! Scegliete bene in quali negozi entrare: optate, quando possibile, per prodotti da filiera controllata che rispettano il territorio in cui si opera, preferendo la prossimità delle produzioni e/o lavorazioni, oppure progetti del commercio equo e solidale;
  • Ricordate che se per quel capo spendete poco, qualcuno sta pagando un prezzo più alto per voi! Le politiche del lavoro dei marchi di Fast Fashion sono ormai note: scegliete brand che non sfruttano la manodopera, ma piuttosto imprese sociali che contribuiscono al benessere della collettività;
  • Dare vita a vecchi capi non è solo un gesto di civiltà ma un vero e proprio atto creativo! In fiera abbiamo parlato spesso di upcycling, perfino a partire dalla carta, di rigenerazione tessile e, ovviamente, di cucito.

E così nel tempo quella della moda è diventata una delle area più apprezzate dal pubblico della fiera, composto per il 70% da donne!