Il paesaggio delle terre alte italiane è punteggiato da giganti silenziosi: impianti sciistici dismessi che, con il passare dei decenni, si sono trasformati in relitti di ferro. Il problema non riguarda solo le vette più note, ma è diffuso lungo tutto l’arco alpino e appenninico, arrivando a toccare persino la Sardegna.

«Infrastrutture imponenti come impianti di risalita, tracciati sciistici, grandi alberghi e centri ricettivi sono stati costruiti per rispondere alla domanda crescente di turismo invernale. Oggi, quel modello mostra le sue fragilità. Ciò che un tempo rappresentava il simbolo di una modernità conquistata e di una promessa di benessere, è diventato un paesaggio di rovine: tralicci inutilizzati, piloni arrugginiti, stazioni di risalita chiuse, rifugi abbandonati, edifici vuoti. Ma proprio in questi “resti” si nasconde una nuova possibilità» racconta Matteo De Bellis, co-fondatore di Re-Alps, collettivo multidisciplinare di professionisti che lavora sui processi di rigenerazione territoriale nelle aree montane e interne.

Per far emergere questa possibilità, il team di Re-Alps ha dato vita ad A.D.I.R.A. (Archivio Digitale degli Impianti di Risalita Abbandonati), il primo database digitale nazionale dedicato a questo fenomeno. Se il report “Nevediversa” di Legambiente ha mappato 273 siti abbandonati, il lavoro di ricerca capillare nato dall’intuizione di due giovani architetti, Alessandro Comina e Lorenzo Ciarfella, poi diventati membri di Re-Alps — condotto attraverso una georeferenziazione sistematica — ha permesso di individuare ben 1.557 singoli manufatti (tra piloni e plinti) che attendono un nuovo destino.

Workshop partecipativo condotto dall’associazione Sotto Altra Quota ed ill team di Re-Alps a Gandino (BG) nell’ambito del progetto A.L.T.E.

Una rigenerazione lenta e relazionale

Re-Alps non è il classico progetto calato dall’alto: per il team multidisciplinare (composto da architetti, sociologi, filosofi e artigiani), la lettura del contesto in cui si opera è imprescindibile.

«Per decenni, lo sviluppo della montagna ha seguito logiche espansive, orientate alla costruzione di nuove infrastrutture e al potenziamento delle attività turistiche stagionali. In contrapposizione a questa visione spettacolarizzante e consumistica, il nostro progetto propone una strada alternativa: una rigenerazione lenta, rispettosa e relazionale, che si fonda sull’ascolto, sul riuso e sulla valorizzazione di ciò che già esiste».

L’obiettivo primario è lavorare sulla memoria dei luoghi e degli oggetti, usati come pretesto per creare aggregazione e senso di comunità, contrastando così lo spopolamento. Solitamente, gli impianti censiti da A.D.I.R.A. possono andare incontro a quattro percorsi:

  1. essere rifunzionalizzati per nuovi scopi sportivi, come il downhill;
  2. subire una rifunzionalizzazione artistica
  3. essere rimossi per procedere alla rinaturalizzazione del versante;
  4. essere ammodernati e riattivati, preferendo il rinnovo dell’esistente al consumo di nuovo suolo.

Laboratorio di auto-costruzione condotto dal team di Re-Alps a Gandino (BG) nell’ambito del progetto A.L.T.E.

Creatività e impatto sociale: dal pilone al canestro

Dal punto di vista tecnico, i “relitti” diventano materia prima. I piloni meno recenti, ad esempio, con i loro angoli saldati o imbullonati, si prestano a essere scomposti in singoli pezzi, offrendo una base di partenza straordinaria che lascia spazio alla creatività.

«Grazie a pratiche di upcycling e autocostruzione, i materiali di scarto vengono reinterpretati e riutilizzati per dare forma ad arredi urbani, oggetti di design e microarchitetture».

Tra gli oggetti prototipati dal team di Re-Alps, spicca il canestro da basket realizzato da un intero pilone: un intervento che nei paesi di montagna dove i bambini hanno solitamente a disposizione meno infrastrutture ricreative può avere un grande impatto, trasformando un simbolo di abbandono in un nuovo spazio di gioco.

Altalena temporanea realizzata dal team di Re-Alps

Il caso pilota di Gandino

Il cuore del metodo Re-Alps batte nell’approccio partecipativo che unisce co-design e autocostruzione, come dimostrato a Gandino, in Val Seriana.

«Siamo partiti dagli impianti dismessi perché rappresentano un fenomeno diffuso e attuale, simbolo dell’intreccio tra crisi climatica e declino infrastrutturale».

In questo comune di 5.175 abitanti, il team ha trasformato vecchi componenti della seggiovia del Monte Farno in arredi simbolici: panchine da posizionare in luoghi significativi per il paese. Le prime due sedute sono state progettate per le mamme che attendono i bambini fuori dall’asilo. L’idea è che chiunque, osservando l’oggetto rigenerato, ne possa intuire l’origine: un luogo di sosta e incontro nato dagli scarti non è solo una seduta, ma un ponte tra passato e futuro.

Un’altra proposta innovativa è quella del “car sharing” di comunità: Il progetto prevede la realizzazione di due aree attrezzate che segnano i punti di partenza e arrivo del nuovo sistema di mobilità condivisa tra Gandino e il Monte Farno. Le pensiline, realizzate a partire dai vecchi piloni, saranno dotate di pannelli esplicativi che illustrano il valore storico e simbolico dell’opera, creando un percorso narrativo identitario tra passato e futuro.

Tavolo e seggiolino in ferro di recupero realizzati da Lucio Bosio, artigiano del team Re-Alps

In un momento in cui la crisi climatica ci impone di ripensare il nostro rapporto con le vette e la neve, Re-Alps ci ricorda che la vera sostenibilità passa per la capacità di “fare pace” con i nostri scarti, dando loro una nuova funzione sociale e restituendo dignità e sicurezza ai territori.
La montagna di domani non ha bisogno di nuove colate di cemento, ma di qualcuno che sappia, con creatività e rispetto, “aprire la via” verso una nuova memoria collettiva.

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