La montagna insegna che il cambiamento che parte dal basso è il più faticoso e che anche i luoghi meno antropizzati non sono immuni alle dinamiche patriarcali: per combatterle serva qualcun* che apra la via.

Ne abbiamo parlato con Alessandra Segantin, accompagnatrice di media montagna con una missione chiara: trasformare le vette in spazi di libertà e autonomia per le donne. Con il suo progetto Bionde in vetta, che va ben oltre il semplice trekking di gruppo, Alessandra invita le donne a lasciare a casa il giudizio e a riscoprire la propria forza, una salita alla volta.

Bionde in vetta, il nome che hai scelto per il tuo progetto, racchiude con ironia un messaggio importante. Come può un’esperienza di trekking al femminile lasciare il segno nella vita di una donna?

Il nome deriva da un’usanza nata quasi per gioco tra me e le mie clienti: usiamo il termine “bionda” per riappropriarci scherzosamente dello stereotipo della donna svampita o poco preparata, non solo in montagna e non solo se è bionda. L’obiettivo è ribaltare l’idea che dobbiamo sempre avere un uomo esperto accanto, o che dobbiamo abbassare l’asticella in partenza perché non abbiamo i mezzi e le capacità per fare quello che fanno gli uomini.
In questi trekking creiamo un ambiente sicuro dove non esiste la paura di sbagliare o di essere giudicate perché si va piano.
Io ho un certo approccio come guida e il gruppo è solo al femminile: ciò rende l’esperienza diversa e più accogliente per le persone demotivate da esperienze precedenti insoddisfacenti o traumatiche.
Questa libertà permette di acquisire una fiducia in sé stesse che, una volta tornate a casa, si riflette nel lavoro e nelle relazioni: impari che puoi farcela da sola, con le tue gambe e le tue scelte, se sei disposta ad affrontare la fatica della salita.

Hai una storia che ti è rimasta nel cuore da raccontarci?

Penso a Catia, un’anestesista milanese di 50 anni che è una veterana delle Bionde: una personalità a prima vista molto forte e diffidente, che però è stata accolta dal gruppo senza giudizio. Superando le sue paure e i momenti di crisi, ma soprattutto mettendosi in gioco nel provare per la prima volta esperienze ad alto impatto emotivo come la scalata, Catia è riuscita ad aprirsi e a creare un legame profondo con ragazze vent’anni più giovani di lei, con cui ora organizza viaggi e sessioni di arrampicata! La montagna, quando togli la competizione, diventa un incredibile acceleratore di empatia.

Perché c’è bisogno di organizzare trekking al femminile e come una presenza più massiccia delle donne può cambiare il volto della montagna?

I numeri parlano chiaro: se nei cammini siamo l’80%, nelle attività outdoor tecniche la presenza femminile crolla, e quando parliamo di professionalità la percentuale è quasi nulla. In Italia si contano circa 1.500 tra aspiranti e guide alpine: di queste, meno del 2% sono donne (Fonte: Il Sole 24 ore). L’ambiente alpino, poco accogliente perché costruito su modelli di forza e prestazione maschili, già di per sé è un disincentivo. In più, spesso capita che siano le donne stesse ad adottare dinamiche di compiacenza nei confronti degli uomini (sono le cosiddette pick-me girl), o a demolire le loro allieve donne per essere accettate. Un maggiore equilibrio di genere renderebbe la montagna più sicura per tutt*, perché abbasserebbe quel nonnismo competitivo che spinge anche gli uomini a superare il limite rischiando anche la vita. Non basta che più donne vadano in montagna: è il modo in cui lo fanno a fare la differenza. Dobbiamo pretendere che la nostra competenza venga riconosciuta senza dover rinunciare alla nostra identità femminile.

Fotografia di Tommaso Di Bert

Nelle scorse settimane si è parlato molto di “divorzi alpini” a seguito della sentenza per il caso avvenuto sul Grossglockner, in Austria, nel 2025. Per chi non conosce il termine, di cosa si tratta e come possiamo evitarli?

Il tema è serio, mi dà fastidio che sia diventato un trend social per fare clickbait e non informazione. Capita spesso, direi quasi ad ogni uscita, di incrociare una donna lasciata indietro dal compagno lungo il sentiero: questo è il “divorzio alpino”. Di per sé, penso che sia una pratica deplorevole: in montagna si parte e si torna assieme, e non si lascia mai indietro nessuno. Da guida, comunque, penso che se decidiamo di andare in montagna dobbiamo sempre prenderci una parte di responsabilità nel conoscere il percorso. È importante lavorare sul nostro senso di autoefficacia: devi sapere dove stai andando e cosa stai facendo, l’ambiente montano lo richiede. L’autonomia e l’informazione sono fondamentali, soprattutto in caso di emergenza. Manca la cultura dell’andare in montagna, e ciò si traduce in un problema di sicurezza. Per arginare questo problema secondo me dovrebbe aumentare la presenza delle donne in montagna e noi guide, accompagnatrici e accompagnatori, dovremmo lavorare sulle nostre competenze comunicative.

Nel tuo “starter pack” per ragazze che vogliono andare in montagna senza paura cosa c’è?

L’attrezzatura corretta! Molte donne pensano di non farcela fisicamente solo perché usano zaini, scarponi o sacchi a pelo da uomo, senza sapere che esistono modelli specifici per la nostra anatomia. L’attrezzatura sbagliata è un deterrente oggettivo che impedisce di godersi l’esperienza. Dobbiamo pretendere che i brand producano articoli adatti a noi!

Il tuo prossimo grande viaggio sarà in Bolivia e coinvolgerà le Cholitas Escaladoras: chi sono queste donne e perché saranno un valore aggiunto per la vostra esperienza?

Le Cholitas sono donne indigene che per anni hanno lavorato come cuoche o portatrici per le spedizioni alpinistiche commerciali. Nel 2015 hanno deciso che volevano essere loro a toccare le vette. La cosa straordinaria è che scalano i seimila metri indossando i loro abiti tradizionali, le polleras (gonne ampie e coloratissime), come segno di orgoglio culturale e riscatto sociale. Supportare progetti di emancipazione lavorativa femminile significa creare un reale impatto sociale ed economico nei paesi in cui viaggi, e per me vale sempre la pena anche se a noi costa qualcosa in più rispetto alla scelta di un’agenzia qualunque. Per loro la parità di genere è una strada molto più lunga che per noi! Andiamo in un paese in via di sviluppo lasciando a casa il pietismo, e chiedo a tutte le ragazze che accompagno di riconoscere a loro la stessa autorità che riconoscono a me, anche se la loro attrezzatura è più povera e meno tecnica.

Fotografia di David Jacome

Parteciperai alla seconda edizione di “Free your body”? In cosa consiste questo evento?

Assolutamente sì! “Free your body” è un raduno (il prossimo sarà il 6-7 giugno) nato per liberare il corpo femminile dai filtri e dalle aspettative sociali. Si arrampica e si sta insieme in modo autentico. L’anno scorso in Valle dell’Orco abbiamo scalato anche a petto nudo: non per esibizionismo, ma per riappropriarci della nostra naturalità in un ambiente selvaggio, abbattendo l’ansia da prestazione e il body shaming. Vedere decine di donne che celebrano i propri corpi “imperfetti” sulla roccia è una pratica che ti cambia profondamente.
Per me è stata un’esperienza “devastante” in senso positivo, un vero spartiacque. Anche io avevo le mie paranoie, pensavo di dover dimagrire o allenarmi di più per essere all’altezza delle scalatrici che avrei incontrato lì, e scoprire che le altre avevano le stesse ansie ha cambiato tutto. Non guardo più una donna con gli occhi di prima: sono riuscita a fare mio il concetto di “mancanza di giudizio” e ora vivo molto meglio.

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