Nel quartiere Monot di Beirut, dove stanno confluendo sfollati da tutto il paese, la parrocchia di Don Carlo Giorgi – tra i fondatori di Terre di mezzo Editore e di Fa’ la cosa giusta! – accoglie gli ultimi tra gli ultimi: i migranti senza cittadinanza che, arrivati in Libano alla ricerca di lavoro, si sono ritrovati senza documenti in un paese in guerra. Sono colf, operai, braccianti agricoli che non trovano posto nei rifugi statali. Sono famiglie, sono bambini. E hanno bisogno di tutto.
Mentre la diplomazia internazionale discute di tregue e negoziati, i reportage dal Libano descrivono un Paese stremato. La tua parrocchia a Beirut a inizio marzo si è trasformata improvvisamente in un dormitorio d’emergenza. Chi bussa alla vostra porta oggi e che cosa vi racconta chi è riuscito a fuggire dai villaggi del Sud?
Dal 3 marzo, quando è scoppiata di nuovo la guerra, abbiamo accolto molte famiglie provenienti dal Sud del Libano, in particolare immigrati dall’Africa e dall’Asia che lì avevano trovato lavoro. In questo momento la parrocchia accoglie 200 sfollati, tra cui 70 bambini. Molti non hanno ancora compiuto tre anni. Ci hanno raccontato che sono scappati in gran fretta nel cuore della notte dopo aver ricevuto una telefonata da parte dell’esercito israeliano che ordinava loro di andarsene, perché sarebbero iniziati molto presto dei bombardamenti. Abbiamo dovuto provvedere a tutto.
Nella tua parrocchia (San Giuseppe a Monot, Beirut) c’è una particolarità: accogliete soprattutto lavoratori migranti e colf straniere, persone che spesso non hanno documenti e che i rifugi pubblici non possono ospitare. Ci racconti cosa significa la guerra per chi è invisibile anche in tempi di pace?
In guerra chi non ha i documenti non ha accesso ai dormitori e ai centri di aiuto statali, che sono dedicati ai cittadini libanesi. La nostra parrocchia, gestita da padri gesuiti, lavora insieme a una ONG (JSR – Jesuit Refugee Service) che ha avvocati e un personale specializzato: con il loro aiuto riusciamo a gestire tante situazioni di emergenza; per esempio ci occupiamo di ottenere il ricovero ospedaliero e le cure sanitarie, in caso di necessità, per gli sfollati della parrocchia.
Tu hai detto che: “La pace e il ripristino della normalità sono sempre possibili”. Da dove nasce questa certezza mentre intorno c’è il collasso economico e umanitario? Chi è la rete che lavora con te in senso contrario alla guerra?
Se si smette di fare la guerra, tutto diventa possibile. In primo luogo perché non ci sono distruzione e lutti, nuove ferite, e poi perché è possibile costruire veramente dei ponti di pace. Faccio un esempio concreto: qui a Beirut c’è una cooperativa che lavora per ricostruire le case che sono state distrutte. Questa cooperativa è cristiana, e aiuta soprattutto i musulmani nei quartieri sciiti. Il loro lavoro costruisce la pace, perché sciiti e cristiani, che normalmente rischiano di guardarsi come dei nemici, sono impegnati insieme per garantire che la vita possa continuare. La pace è sempre possibile: per me personalmente questo insegnamento viene dal vangelo di Gesù Cristo, ma chiunque può sperimentarlo nella propria vita e scoprirne i frutti.
Di cosa ha bisogno, concretamente, la tua comunità in questo momento per continuare a scommettere sul futuro?
In questo momento ci sono tantissime necessità, io però ne ho a cuore in particolare una: garantire la formazione scolastica ai bambini che sono ospitati nella nostra parrocchia. A causa della crisi economica cronica, causata da cinquant’anni di guerre e dalla mancanza di lavoro, tante famiglie migranti non hanno i soldi per pagare le rette scolastiche. Ma se i bambini non vanno a scuola non c’è futuro, e non è possibile costruire la pace: devono essere formati, devono imparare a leggere e a scrivere, devono vivere con altri bambini, devono avere gli strumenti per sognare e realizzare i loro sogni.
Per capire come si vive oggi in un Paese sospeso tra la guerra e la speranza di un futuro di pace, il 22 giugno abbiamo teso un filo ideale con chi è sul campo: don Carlo Giorgi e suor Maya Beaino, che ad Ain Ebel, a pochi chilometri dal confine con Israele, difende ostinatamente il diritto allo studio nonostante le bombe. È stato un momento molto sentito e partecipato: se ve lo siete perso, potete rivedere e diffondere la registrazione dell’incontro.
Con la nostra associazione Insieme nelle terre di mezzo ODV abbiamo attivato una raccolta fondi straordinaria a sostegno del Vicariato apostolico di Beirut, di cui fa parte la parrocchia di Carlo Giorgi, e dell’École Saint Joseph, diretta da suor Maya Beaino. Ogni contributo, anche piccolo, si trasforma immediatamente in aiuto diretto sul campo.
Se vuoi restare in contatto con don Carlo Giorgi, oppure vuoi saperne di più sul progetto di gemellaggio tra scuole italiane e nei teatri di guerra “Scambi di pace”, scrivi a pieromagri@terre.it. Grazie!

