Abbigliamento e sostanze tossiche: occhio a cosa ci mettiamo addosso

Dai metalli ai solventi, i nostri abiti possono contenere veleni. Ftalati, formaldeide, coloranti… il Sistema europeo di allerta rapido per i prodotti non alimentari piazza l‘abbigliamento al primo posto della classifica per elementi chimici pericolosi. In un approfondito dossier di Vito De Ceglia e Monica Rubino su Repubblica.it, tutto su cosa rischiamo, come funzionano i controlli e come possiamo difenderci:

“I controlli sono sicuramente molto limitati rispetto alla mole di articoli circolanti – spiega Mauro Rossetti, direttore dell’associazione Tessile e Salute, il terminale tecnico nazionale del ministero della Salute per la tutela dei consumatori.  Il problema di fondo è che il mercato europeo in questo settore è ricco di complicazioni nell’export ma risulta totalmente aperto nell’import. L’unica soluzione – conclude il direttore di Tessile e Salute – è garantire la completa tracciabilità e trasparenza della filiera e promuovere nel nostro paese una chimica sostenibile“.

Esiste a livello europeo il Reach (Registration, Evaluation, Authorisation of Chemicals), regolamento che mira a creare un registro delle sostanze chimiche  prodotte e distribuite in Europa e, quindi, anche in Italia. Entro il 2018 questo processo finirà e si prevede che avremo alla fine registrato circa 30mila sostanze chimiche, con una maggiore conoscenza e consapevolezza per utilizzarli in maniera sempre più sicura. Il problema che si pone, prevedibilmente, è quello dell’esborso economico:

“Con il Reach – calcola Pasini presidente del Dye-staff, consorzio che raduna 13 aziende dei coloranti per il tessile, la carta e il cuoio – dovremmo registrare tra i 200 e i 500 coloranti per azienda. Il costo medio di ognuno di essi è di 30mila euro, in alcuni casi si può arrivare fino a 200mila euro. Meno sono i registranti, più costa la registrazione. E’ un meccanismo che il regolamento fa funzionare così. E quindi si tratta di un problema di sostenibilità finanziaria per le Pmi italiane, ma non solo”.

Alla luce di tutto ciò, come difendersi concretamente? L’inchiesta cita come manuale di autodifesa il libro di Rita Dalla Rosa, ‘Vestiti che fanno male‘ (Terre di mezzo Editore): “una guida pratica per muoversi tra coloranti, candeggianti, ammorbidenti e antimuffa responsabili di irritazioni e allergie o, addirittura, tossici per l’organismo.  Senza dimenticare che abiti e tessuti possono far male anche a chi li produce e all’ambiente: per un paio di jeans, per esempio, servono oltre 13 mila litri d’acqua e chi lavora nel processo di sabbiatura per “invecchiare” il tessuto è a rischio di silicosi.”

vestiti

L’insostenibilità giunge ai casi più inaccettabili ed estremi, quando attraverso gli appalti e subappalti dell’industria del fashion si arriva agli schiavi bambini. Segnaliamo un eccezionale reportage video andato in onda su La7-Piazzapulita (23 maggio 2016)
“I colleghi di Azzam sono 50 bambini con le mani blu di fatica e di sostanze tossiche con cui si trattano i jeans. Sono siriani e sono bloccati in Turchia.” (di Valentina Petrini e Gabriele Zagni)
La fabbrica dei bambini – prima parte

La fabbrica dei bambini – seconda parte

2 thoughts on “Abbigliamento e sostanze tossiche: occhio a cosa ci mettiamo addosso

  1. jeans che stingono, slip scuri che i medici consigliano di non usare, scarpe che ti lasciano i piedi neri…..

    così come ci sono etichette con la provenienza, diventa sempre più impellente avere un’etichetta che dica se il capo è stato tinto secondo le buone normative europee

    – x questo guardate questo VIDEO

    https://youtu.be/d9bgmce95hY

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