Cristina Cotorobai, sui social @cotoncri, sta ristrutturando una casa in bioedilizia e racconta il progetto sulla sua pagina Instagram per poter ispirare altri a fare lo stesso, mostrando anche gli aspetti difficili, le rinunce e i fallimenti di questa impresa.

La casa in questione è un’ex scuderia per cavalli in Lombardia trasformata in abitazione negli anni Cinquanta da Fulvia Levi, triestina, tra le artiste più rappresentative dell’arte italiana del secondo Dopoguerra.

Quando si costruisce una casa un impatto importante lo hanno anche le scelte in termini di arredamento: per questo abbiamo posto alcune domande a Cristina, che nei prossimi mesi dovrà arredare “con senno” la sua eco-tana – come raccontava già nel suo Libro verde. Una guida per vivere sostenibile (Gribaudo, 2023).

Ciao Cristina! Nella ristrutturazione della tua casa hai salvaguardato qualche elemento di arredo? Se sì, quali e perché?

Del vecchio mobilio abbiamo buttato solo un tappeto marcio. Un armadio ad angolo, un letto contenitore, alcuni piatti, lampade e degli armadi Ikea vintage (e quindi di qualità) torneranno in casa dopo la ristrutturazione. Tutto il resto è stato distribuito tra amici, conoscenti e sconosciuti, pur di evitare la discarica!

La domanda per me avrebbe senso posta al contrario: perché buttare? È qui che dovrei sforzarmi a trovare una risposta e argomentare sensatamente. Perché tolta la variante del gusto estetico, non c’è ragione logica per buttare un oggetto in stato dignitoso o facilmente riparabile.

Nel nostro progetto in Bioedilizia abbiamo trovato, tuttavia, un cruccio: i vecchi serramenti in ferro. Vanno categoricamente sostituiti con serramenti a taglio termico, ma di nuovo, soffrivo all’idea di buttarli. Quindi ho pensato a due opzioni: farli trasformare da un fabbro in un enorme mobile vetrina per la cucina, o accrocchiarli assieme per creare una serra nel giardino. Valuteremo l’opzione più economicamente accessibile

Dove acquisti complementi d’arredo rigenerati/usati?

Sto visitando, con frequenza da far invidia alla categoria “nonni”, i negozi dell’usato nelle mie zone. A differenza dei negozi tradizionali, non sai mai cosa e quando ti capiterà di trovare, a quali prezzi (sempre più vantaggiosi rispetto al nuovo) e in quali condizioni. Insomma, dimentica l’esperienza rassicurante, piatta e assertiva di chi offre mobilio nuovo con regolari collezioni.

I miei preferiti sono i punti Mercatino di Bernareggio e Triuggio, da cui ho già trovato diverse chicche d’arredamento. Mentre da Antikamente abbiamo trovato un vecchia cassettiera di una fabbrica tessile che i falegnami del negozio trasformeranno nell’isola per la cucina, progettata assieme al mio compagno.

Secondo te un interior design sostenibile è davvero alla portata di tutti?

Se ci si riferisce all’arredamento second hand, allora sì, l’accessibilità diventa realmente alla portata di tutti. Se il focus è alle finiture da materiali naturali ed ecologici, magari certificati, allora si troveranno opzioni di edilizia convenzionale più a buon mercato, ma con buona pace per il comfort e la salubrità degli interni.

Come possiamo passare dall’idea di recupero come ripiego all’idea di recupero come atto consapevole?

Questo è uno dei rari casi in cui “è più facile a dirsi che a farsi”. Ci vuole un graduale scollamento dal pensiero consumistico che rincorre, per sua natura, il nuovo e il di più per raggiungere un illusorio status. Una forma mentis che richiede tempo per essere riprogrammata, secondo valori propri e senza condizionamenti. Sviluppare un pensiero ecologico può risultare impegnativo, ma è possibile e necessario. È un atto sovversivo, politico, che va ben oltre lo stile e il gusto estetico. È anche una scelta di responsabilità che ricade specialmente su chi ha disponibilità economiche più larghe, su chi il mobile nuovo potrebbe permetterselo, ma opta attivamente per il recupero in virtù della nostra grande casa comune: la madre Terra.

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