Nelle periferie della grandi città, così come nelle vie dei borghi italiani, è sempre più comune vedere piccole e medie attività chiudere, schiacciate da un sistema in cui l’80% dei consumi alimentari passa dai supermercati e i centri commerciali, insieme ai market online, asfissiano la vita comunitaria dei quartieri lasciando al contempo indietro le persone più fragili.
Le imprese partecipative sono però un modello che i cittadini possono adottare per prendersi cura di sé stessi e delle loro comunità: lo racconta bene la storia di Birà, il primo supermercato collaborativo della città di Perugia.
Ce ne parla Giorgio Vicario, membro del gruppo fondatore di Fa’ la cosa giusta! Umbria.
Parte del gruppo promotore di Birà coincide infatti con le persone che hanno portato la nostra fiera in Umbria; e alcune delle aziende a scaffale dentro questo supermercato cooperativo hanno esposto i propri prodotti anche alla fiera di Milano – un percorso di consapevolezza che continua, e che siamo felici di sostenere.

Giorgio, ci racconti com’è nato, e cos’è, Birà?

Il progetto di Birà è nato quasi due anni fa in via Birago a Perugia, una zona che non è centro né periferia della città. Qui operava da anni C.A.P. 06124, associazione che aveva dato vita a un G.A.S. (gruppo d’acquisto solidale) che contava più di 100 famiglie. Nel 2021 un’altra associazione del quartiere, MenteGlocale, ha ampliato il lavoro già fatto aprendo la Libreria-spazio sociale POPUP, a seguito di un bando ATER che metteva a disposizione spazi sfitti per progetti ad alto impatto sociale. Insieme a CoscienzaVerde, realtà che si occupa di partecipazione e politiche del cibo, si è creato il terreno fertile su cui far germogliare l’idea di un supermercato collaborativo che prendesse il posto dell’alimentari del quartiere, chiuso da quasi due anni.
Birà è la prima Food Coop di Perugia e una delle poche esperienze nel suo genere in Italia: qui si contano sulle dita di due mani, mentre all’estero sono molte di più, tutte ispirate al modello di Park Slope, la Food Coop nata nel 1973 da alcuni utopisti che decisero di creare un supermercato autogestito, e che oggi vanta 17.000 membri che lavorano nel supermercato 3 ore al mese, beneficiando in cambio dei migliori prodotti alimentari di New York a prezzi accessibili.
Un percorso partecipato con i residenti della via, allargato a tutta la cittadinanza attraverso assemblee pubbliche, ha dato vita a gennaio di quest’anno a COOP 06124, cooperativa sociale e di comunità con 26 soci fondatori. Dopo un crowdfunding su Produzioni dal Basso per raccogliere ulteriori soci e capitale sociale, oggi Birà conta circa 450 soci, tra ordinari e finanziatori. Abbiamo vinto il bando Coopstartup (Legacoop Umbria e Coopfond) e il bando di Fondazione Perugia e Unicredit raccogliendo circa 90.000 euro, la base di partenza per il nostro progetto. Il Dipartimento di Scienze Agrarie Alimentari e Ambientali dell’Università di Perugia e la CIA (Confederazione Italiana Agricoltori) dell’Umbria sono diventati poi partner, aiutandoci a definire un modello di filiera agroalimentare alternativo. Abbiamo il supporto anche di Banca Etica e Etica Sgr. La nostra Food Coop è gestita in maniera cooperativa, attraverso un modello di gestione chiamato sociocrazia che è aperto, partecipativo e sviluppato per cerchi di competenze. I principali vantaggi sono due:
Cibi sani e sostenibili accessibili a più persone, perché acquistati direttamente dal produttore
Uno spazio di vendita offerto alle piccole aziende agricole del territorio, che hanno come unica alternativa la partecipazione ai mercati.

Come si inserisce la proposta delle Food Coop nell’attuale contesto economico e alimentare, a livello nazionale e globale?

In questo periodo storico le Food Coop hanno decisamente un loro spazio: se ben strutturate possono rappresentare un modello, non solo un’alternativa. Prima di aprire le serrande, a giugno di quest’anno, ci siamo esposti pubblicamente, abbiamo studiato i numeri e la fattibilità tecnica della proposta. Quello delle Food Coop è un modello che risponde al bisogno dei produttori agricoli (che nel nostro paese sono, nella maggior parte dei casi, piccoli o piccolissimi) di entrare in contatto con il consumatore e al bisogno dei consumatori di acquistare prodotti buoni al giusto prezzo. I produttori non hanno la necessità di vendere a un distributore, che a sua volta rivende a un negozio, e noi lavorando con più aziende agricole se un giorno non riusciamo a procurarci un prodotto da quel produttore lo prendiamo da un altro.
Per ogni prodotto abbiamo due linee. Prendiamo il pane: c’è quello comune di un mulino cooperativo umbro, ma anche i pani da piccoli produttori, che hanno un prezzo più elevato perché sono frutto di lavorazioni artigianali. Ragioniamo sui prezzi sia con i produttori che con i consumatori, ma da noi il prezzo non va svilito con il sottocosto: l’agricoltore va retribuito in maniera giusta, di modo che la filiera sia accessibile anche a lui! Un’iniziativa che abbiamo immaginato in questa direzione è il “Fuori banco Birà”, un servizio esclusivo per i soci: ogni mese organizziamo un acquisto collettivo diretto da produttori locali selezionati, garantendo un prezzo accessibile a prodotti che non potremmo tenere a scaffale.

Ci spieghi quali sono, nella vostra esperienza, i prerequisiti e le competenze necessarie per gestire una Food Coop?

Prerequisito fondamentale è un gruppo di persone che abbia la volontà e la competenza: non ci si può improvvisare, perché il rischio di fallimento economico c’è! Birà è un progetto sociale comunitario ma anche un progetto economico, con 4 dipendenti, 100 metri quadri di negozio, un magazzino e una cucina. Da novembre implementeremo anche il servizio di gastronomia, importante per il recupero dell’ortofrutta in ottica di abbattimento degli sprechi, un tema per noi centrale.
L’altro aspetto importante da valutare è la sede che può fare al caso vostro: serve un luogo che possa essere allestito con degli scaffali, dove riunirsi e proporre incontri, laboratori.
Il mio consiglio è fare un percorso con chi ha già avviato un progetto simile. Nel nostro caso, a farci da mentore è stato Stadera, supermercato cooperativo di Ravenna che ci ha messo a disposizione il suo modello organizzativo, fornito i budget, parlato del rapporto con i produttori.
Oggi, a nostra volta, come Birà mettiamo a disposizione informazioni e documenti a chi ne ha bisogno: è un processo aperto e abbiamo molto da condividere.
La maggior parte delle Food Coop italiane sono cooperative di consumo: Birà è la prima in Italia a scegliere di essere cooperativa sociale di comunità, perché questa forma si adatta meglio al tipo di progetto che avevamo in mente, e prevede ad esempio l’inserimento lavorativo di persone fragili, a cui teniamo molto. Questa settimana abbiamo fatto il primo!

In che modo il rapporto con il cibo per i soci diventa più consapevole?

Questo modello prevede una parte di volontariato per i soci: donando del tempo al negozio, i volontari hanno diritto infatti a uno sconto sulla propria spesa, imparando nel mentre molto.
Il “gruppo approvvigionamento”, ad esempio, è composto da una dozzina di persone che ragionano sulla tipologia di prodotti e aziende agricole che si trovano all’interno del negozio: così i soci partecipano direttamente alla scelta di prodotti e produttori.
In più, ogni mese incontriamo uno dei nostri produttori in negozio, e ospitiamo presentazioni di libri e saggi. Ma abbiamo ancora tanto altro in mente!

Cosa auspicate per il futuro?

Sarebbe interessante lanciare dei momenti di incontro e scambio di esperienze per superare le difficoltà legate al lavoro volontario: non c’è infatti una legge nazionale sulle Food Coop che permetta di superare il limite delle ore concesse, ad oggi davvero basso. I volontari ne chiederebbero molte di più!
L’obiettivo è rimuovere gli ostacoli, anche legislativi, affinché nascano sempre più luoghi dove il cibo non rappresenterà lo strumento per generare profitti, ma il mezzo per garantire da un lato la sostenibilità economica alle piccole aziende agricole e dall’altro prodotti di qualità a un giusto prezzo per i consumatori.

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