Quello tra la scomparsa di Giulia Cecchettin e la conferma che fosse stata uccisa è stato un tempo sospeso, un tempo in cui ci siamo chieste se, e in quale misura, Giulia si fosse resa conto del pericolo. Quanto questo grado di consapevolezza abbia influito sul corso degli eventi. La risposta non l’avremo mai, ma c’è una cosa che possiamo affermare con certezza: le donne che si riconoscono come vittime, e che trovano le risorse, emotive ed economiche, per farsi indirizzare verso un percorso di recupero, sono solo una parte di coloro che hanno bisogno di aiuto.
Rendere visibile la parte sommersa dell’iceberg, dare la possibilità ad un’altra Giulia di non essere vittima della mancanza di riconoscimento e di aiuto, è ciò su cui sappiamo di dover agire con più forza. A livello individuale, territoriale e comunitario, al fianco delle istituzioni e delle realtà che ogni giorno lavorano per contrastare il fenomeno sistemico ed endemico della violenza di genere.
Ne abbiamo parlato con Valentina Melis, attrice, attivista e testimonial dell’associazione Differenza donna.
Valentina, dal tuo punto di vista qual è la difficoltà maggiore nel riconoscersi come vittima di violenza?
Solitamente le relazioni tossiche iniziano con un love bombing. I primi mesi sono pieni di attenzioni, poi inizia il controllo: prima il telefono, poi il non farti uscire con le amiche, i “non sei tu, è degli altro che non mi fido”. L’isolamento nasce da lì, dal rimanere sempre attaccata a una persona che piano piano inizia a farti una violenza psicologica dalla quale diventa poi molto difficile uscire.
Il 70% delle donne vittime di violenza non raccontano della violenza subita nemmeno alla migliore amica. È un processo molto lento, di grande solitudine, di paura, di colpevolizzazione, e riconoscere i segnali è difficile.
La paura più grande delle donne vittime di violenza, sottolinea Valentina, è quella di non essere credute: dalla altre donne, dalla società, spesso anche dalle forze dell’ordine. La violenza fisica è riconoscibile, quella psicologica – il controllo, l’ossessione, lo stalking – minimizzata. Alcuni comportamenti, come la gelosia, nella nostra società sono normalizzati. Questo fa sentire le donne sole, e le porta a farsi molte, troppe domande. “Si chiama vittimizzazione secondaria, ed è quella che porta nella maggior parte dei casi a non denunciare”.
Quindi il consiglio che tu dai è quello di non minimizzare mai, neppure il più piccolo segnale?
Sono testimonial di un’associazione che si occupa di violenza contro le donne. Ne ho incontrate tante, e ho vissuto io per prima quest’esperienza: quando sei in una relazione abusante, per quanto te la racconti dentro di te lo sai che qualcosa non va. Quando la serenità non c’è, bisogna cominciare a cercare i segnali di una possibile violenza. Ed è il momento di chiamare il 1522, il numero nazionale anti-violenza e stalking. Spesso si ha paura di togliere spazio a donne “che hanno più bisogno, che subiscono una violenza vera”. Ma non è così: le operatrici sono a completa disposizione di tutte, per rispondere ai dubbi e alle sensazioni.
Cosa succede durante la chiamata?
Le operatrici fanno alcune domande: se sei in pericolo di vita vieni subito mandata in una casa rifugio, spesso con i figli; se la violenza è ancora a livello psicologico, si spiega perché si tratta di violenza, e poi si indirizzano nel centro antiviolenza più vicino. Al centro inizia un percorso di consapevolizzazione sulla violenza di genere con operatrici formate. Lì si può anche ricevere supporto legale gratuito. Sono luoghi di cui non aver paura: spesso c’è questa visione dei centri anti violenza e delle case rifugio da film americano: ti mettono la parrucca e ti fanno scappare con il passaporto… non è così. Sono luoghi di felicità, perché restituiscono la libertà alle donne.
Tornando al tema della minimizzazione, come leggi, alla luce di quello che ci siamo dette, la presa di distanza di molti uomini?
Uso una metafora di Michela Murgia, che trovate nel libro “Stai zitta” (di cui Valentina ha realizzato un adattamento teatrale): essere uomini all’interno della società patriarcale è un po’ come essere figli di un mafioso. Se nasci in una famiglia mafiosa non è colpa tua, ma fin da piccolo hai una serie di privilegi che derivano dall’essere figli del boss. Ad un certo punto, quando cresci, ti rendi conto di dove ti trovi, e di chi sei. Allora hai tre possibilità: diventare figlio di un boss, combattere la mafia, oppure continuare a trarre il massimo dei privilegi dalla tua situazione senza però sporcarti le mani. Se scegli la terza via, questo non ti rende meno complice del sistema: è quello che rispondo a tutti gli uomini che mi dicono di non aver mai fatto violenza a una donna. Ognuno di noi ha una responsabilità: quella di ogni uomo oggi, è di vedere come si comportano gli uomini intorno a lui, e di agire di conseguenza.

