Di Paule Roberta Yao
3 ottobre, 18 dicembre, 20 giugno: ciascuna di queste date riporta all’attenzione dell’opinione pubblica la necessità di continuare a riflettere sulla sfida epocale e strutturale rappresentata dall’umanità in movimento. In occasione della ricorrenza odierna dedicata alla Giornata Internazionale per i Diritti dei e delle Migranti, mi sembra doveroso interrogarci sulla sua esistenza stessa e comprenderne profondamente il significato ma soprattutto i limiti. Se, da una parte, è fondamentale riconoscere alcuni momenti fondanti quali la Giornata della Memoria e dell’Accoglienza per ricordare la strage in cui morirono 368 persone al largo di Lampedusa il 3 ottobre 2013 oppure quella del Rifugiato il 20 giugno, mi sembra altresì importante non affidarsi a “date contenitori”, che svuotano queste commemorazioni del loro potenziale trasformativo a livello globale se non si traducono poi nella concretezza di buone pratiche volte a produrre un cambiamento tanto necessario quanto tangibile. In effetti, questo rischio si è già materializzato più volte e riempie di amarezza chi sa che il lavoro di costruzione della memoria, seppur imprescindibile, deve e può andare di pari passo con nuove modalità di azione e di pensiero individuali e collettive.
Torniamo così ad analizzare la Giornata della Memoria e dell’Accoglienza istituita 10 anni fa. All’indomani del suddetto naufragio fioccarono dichiarazioni solenni in cui molti esponenti politici in tutta Europa si impegnavano a fare in modo che le stragi non accadessero mai più e che la rotta mediterranea non fosse più il teatro di migliaia di morti evitabili quanto prevedibili. Ad oggi, una stima al ribasso stabilisce che 27.000 persone sono morte nel tentativo di raggiungere l’Europa. Questo dovrebbe farci riflettere seriamente su quanto queste giornate siano completamente inutili se non sublimate in una prassi quotidiana creativa e solidale di alleanza, di lotta e di resistenza accanto ai presunti ultimi della Terra. Non solo le stragi hanno continuato a caratterizzare la cronaca relativa alle migrazioni ma su ogni rotta migratoria — da quella balcanica che i migranti chiamano ironicamente “The game”, a quella egea, rimasta impressa nell’immaginario mondiale attraverso il corpo senza vita del piccolo Aylan Kurdi su una spiaggia turca — si è anche rafforzata una cultura deleteria della retorica fine a se stessa e dello slogan che aggiunge il danno alla beffa. I “mai più” declinati in ogni lingua e salsa sono in chiaro contrasto con la frase che quest’anno ha accompagnato tutti gli eventi commemorativi per il 3 ottobre: “10 anni di indifferenza” da quella prima Giornata della Memoria e dell’Accoglienza, 9 anni da quando quella foto fece il giro del mondo suscitando nuovamente l’indignazione di circostanza della fortezza Europa. Tuttavia, altri Aylan sono morti e questo business as usual interrotto dall’ipocrisia di quelle giornate è un peccato mortale di cui continuiamo a macchiarci, proprio perché continua a sfuggirci per opportunismo politico o ignavia cittadina la vera posta in gioco, cioè il compito ormai improcrastinabile di trasformare questo festival dell’una tantum in un racconto più complesso, di ampio respiro che abbracci la dignità e la soggettività di chi ha scelto l’esperienza totalizzante della migrazione, qualunque sia il motivo.
È bene dunque ribadire che queste date fortemente simboliche perdono ogni loro significato etico e politico se vissute come un pro forma istituzionale che le condanna di fatto al dimenticatoio.
Alla stessa maniera, possono anche costituire momenti di aggregazione potentissimi per esperienze come il progetto DiMMi di Storie Multimediali Migranti che vanta invece un decennale vissuto all’insegna della cura per le persone e le loro storie. Questa realtà virtuosa, inizialmente nata in Toscana nel 2012 con l’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano come capofila, si è ormai estesa a tutto il territorio nazionale promuovendo un concorso annuale che consente a persone di origine straniera, che vivono o hanno vissuto in Italia o nella Repubblica di San Marino, di raccontare la propria storia. Nel fare ciò, le persone regalano ai propri territori di riferimento una chiave di lettura inedita delle migrazioni contemporanee ma soprattutto una contronarrazione appassionante, commovente e ricca delle mille sfaccettature rese da queste voci che rivendicano pari diritti e opportunità.
Attingendo dal bagaglio esperienziale di chi ha vissuto o vive la migrazione, DiMMi narra un nuovo presente, un mondo spesso bistrattato dai media mainstream ma già in essere in cui le classi e i quartieri dipingono identità e orizzonti plurali, di concittadini che si riconoscono come tali. Il felice processo di contaminazione dalla diversità avviene attraverso le storie finaliste, cui viene garantita la circolazione e la valorizzazione a livello nazionale grazie alla pubblicazione di antologie corali curate da una casa editrice dal nome suggestivo, Terre di mezzo. Queste storie ci richiamano all’universalità degli affetti, della gioia, del lutto, dei sogni e a tutti quei bisogni ed esigenze inconfondibili dell’essere umano, ovunque sia o vada. Di queste storie, abbiamo fatto la nostra cifra per rivoluzionare il racconto attuale sulle migrazioni e superare la dicotomia del carnefice o della vittima. In queste storie, riponiamo tutta la nostra fiducia in un futuro diverso, in cui la Giornata Internazionale per i Diritti dei e delle Migranti non sia più necessaria, ma soprattutto, finché lo sarà, perché sia solo l’apice rigenerante di un percorso concettuale e metodologico capace di abbattere le mistificazioni, i pregiudizi, le semplificazioni e gli stereotipi di cui siamo tutt* ostaggi. A comprova dell’efficacia di questo modello che si sta affermando sulla scena nazionale, DiMMi ha fatto un ulteriore salto di qualità avviando una proficua collaborazione con il progetto europeo Ithaca Horizon 2020: Interconnecting Histories and Archives for Migrant Agency.
Così settembre 2023 ha visto il lancio di un concorso chiamato Ithaca Diary Contest che punta ambiziosamente a estendere la cornice italiana della raccolta di materiali autobiografici a tutta l’area mediterranea, appoggiandosi su una rete di Paesi partner del progetto in Giordania, Grecia, Marocco, Tunisia e Francia. Nel frattempo, continueremo in questa giornata, ma soprattutto ogni giorno, a portare avanti il prezioso lavoro di testimonianza scaturito dalle nostre storie nelle scuole, nei centri culturali, nei festival letterari come nelle feste associative di paese per raccontare le migrazioni dall’unico punto di vista possibile, ovvero attraverso gli occhi e le parole, delle donne e degli uomini che le hanno vissute.

Paule Roberta Yao è stata finalista nel Concorso DiMMi- Diari Multimediali Migranti 2019, con la sua testimonianza pubblicata in “Il Confine tra noi” (Terre di Mezzo, 2020). Originaria del Camerun, si trasferisce in Francia da bambina e poi a Roma nel 2011. Dal 2015, si dedica all’attivismo, collaborando con organizzazioni come l’Archivio delle Memorie Migranti e il progetto DiMMi di Storie Multimediali Migranti. Dal 2019, svolge un ruolo chiave nell’educazione informale alla cittadinanza globale, intervenendo nelle scuole come formatrice sulle tematiche legate alle discriminazioni e al razzismo.

