Se parliamo di tutela della biodiversità, non possiamo non pensare agli alberi, vere e proprie “case” per insetti e animali che vi trovano rifugio e nutrimento. Ogni albero – dal più maestoso e centenario a quello che affonda le radici nel parcheggio di un supermercato – è custode di biodiversità.
Lungo i rami, sotto la corteccia e fino in fondo alle radici, c’è tutto un mondo da scoprire: ce lo raccontano Davide Corengia e Claudia Canedoli, fondatori di Biotreeversity – un gruppo di lavoro multidisciplinare che raggruppa ricercatori e professionisti impegnati nella cura degli alberi e nella protezione delle specie che li abitano, contribuendo così alla conservazione della biodiversità nelle nostre città.

Ci raccontate in cosa consiste la professione del treeclimber?

“I tree-climbers sono professionisti che si occupano della cura e della gestione degli alberi, soprattutto in ambiente urbano, utilizzando corde e tecniche derivate dalla speleologia e dall’alpinismo. La parola letteralmente significa ‘scalatore di alberi’ ma gli arboricoltori su fune sono molto più che semplici arrampicatori. Avvicinarsi a un albero senza l’uso di mezzi meccanici come piattaforme aeree o scale richiede non solo passione, ma anche e soprattutto una conoscenza e un rispetto più profondo per la sua natura. Il fatto di essere sospesi tra i suoi rami porta a percepirlo come un organismo vivo dal quale dipendiamo, da comprendere e non semplicemente da tagliare. È una professione che richiede sia competenze tecniche sia tanto studio: potersi occupare di un albero è una grande responsabilità”.

Rispetto alla gestione della potatura degli alberi nella città di Milano, in particolare correlata al rischio di eventi atmosferici violenti più frequenti, quale pensate sia la strada migliore?

“La strada migliore, in senso assoluto, non esiste. Esistono invece percorsi diversi che dobbiamo intraprendere, a seconda del contesto da cui partiamo. Gli alberi possono trovarsi in un parco, lungo una strada, in un bosco urbano o al centro di un cortile. Possono essere stati gestiti correttamente oppure, come troppo spesso accade, danneggiati da potature drastiche e scavi sconsiderati, che li hanno costretti a ricostruire frettolosamente chiome e radici, ripartendo da ferite che rimarranno per sempre punti deboli, spesso invisibili, sopra le nostre teste o sotto i nostri piedi.

Oggi è ormai evidente a tutti che abbiamo bisogno degli alberi per sopravvivere, anche in città: sono essenziali per la qualità della vita, del clima e della nostra salute. Eppure, nonostante li abbiamo spesso maltrattati, rendendoli più fragili e vulnerabili, non possiamo pensare di sostituirli ogni volta che diventano un problema. Non è sostenibile, né dal punto di vista ecologico né da quello temporale. Un albero di ottant’anni non è sostituibile: se oggi tagliassimo una quercia messa a dimora nel 1945, solo nel 2105 potremmo forse ricostruirne la struttura, ma tutta la biodiversità che quell’albero ospitava — organismi con cicli vitali di pochi anni, strettamente legati all’albero — andrebbe persa per sempre.

Per questo dobbiamo destinare maggiori risorse alla cura degli alberi: riconoscere quelli effettivamente compromessi, soprattutto in posizioni delicate, ed eventualmente intervenire con abbattimenti mirati e, dove possibile, non totali. Ma soprattutto dobbiamo investire nella salute di tutti gli alberi, dai più giovani ai più vetusti. Non stiamo “spendendo” soldi per curarli: stiamo investendo nella nostra salute e nel nostro futuro.

È inoltre fondamentale ridurre il consumo di suolo, de-pavimentare le superfici impermeabili intorno a ogni albero, piantare un albero giovane accanto a ogni albero adulto, maturo, e persino vicino a quelli ormai morenti. Sarà necessario cambiare alcune abitudini, spesso non troppo furbe, come parcheggiare sopra le radici di un albero o andare a correre in un parco durante un temporale”.

Potete spiegarci cosa si intende per albero-habitat e perché sono così importanti, soprattutto in città?

“Gli alberi-habitat sono quegli alberi che rivestono un particolare ruolo nell’ospitare biodiversità. Lo dice la parola stessa: sono dei piccoli ‘habitat’ in cui possono vivere comunità complesse e ricche di organismi. La capacità di un albero di ospitare biodiversità dipende da molti fattori, ma in generale possiamo pensare che più un albero è grande, vecchio e ha una struttura complessa, maggiore è la biodiversità che supporta. Per struttura complessa si intendono tutte quelle caratteristiche delle radici, del tronco, dei rami e della chioma che offrono micro-nicchie ambientali: un ramo rotto, una cavità, della corteccia sollevata, dei corpi fruttiferi fungini… quelli che spesso le persone considerano difetti, sono in realtà strutture che arricchiscono la complessità dell’albero e di conseguenza favoriscono la biodiversità. Questi microhabitat sono fondamentali ad esempio per uccelli come picchi, civette e cince, mammiferi come pipistrelli e roditori, nonché insetti saproxilici: tutti dipendono da queste strutture per nidificare, nutrirsi o trovare rifugio.

Purtroppo oggi gli alberi-habitat non hanno una tutela speciale in quanto tali, infatti possono essere abbattuti come qualsiasi altro albero senza che il danno ambientale derivante dalla loro rimozione venga realmente considerato.
È fondamentale adottare pratiche di gestione che riconoscano il valore ecologico del legno morto e degli alberi-habitat, promuovendo strategie di conservazione che bilancino sicurezza pubblica e biodiversità”.

Quanti anni servono ad un albero per avere un ruolo ecologico come habitat?

“È difficile rispondere a questa domanda perché la crescita degli alberi non è predeterminata come quella di molti animali. Possiamo essere certi che più anni ha un albero e maggiore è la sua valenza ecologica in un ecosistema, perché ha avuto più tempo per interagire con la comunità biologica, essere colonizzato da organismi e stabilire relazioni, e verosimilmente sviluppare quelle strutture complesse di cui si diceva prima. Ad esempio non sarebbe esagerato considerare tutti gli alberi che hanno superato gli 80 anni alberi-habitat.

Ma la struttura di un albero può essere influenzata da molteplici fattori, sia naturali che antropici. Eventi come forti venti, collisioni o interventi umani quali potature errate e danneggiamenti possono causare alterazioni permanenti, un processo noto come “veteranizzazione”. Questo termine descrive la formazione di caratteristiche tipiche degli alberi maturi—come cavità, fessure, rami spezzati o legno morto—anche in esemplari giovani. Tuttavia, quando la veteranizzazione è indotta da attività umane non pianificate, può trasformarsi in una “trappola ecologica”. Gli alberi danneggiati attirano la fauna, ma spesso vengono rimossi per motivi di sicurezza o gestione urbana entro 30-50 anni, interrompendo bruscamente gli habitat creati e mettendo a rischio le specie che vi si erano insediate”.

Potete raccontarci di più sull’albero custode portato a Fa’ la cosa giusta! 2025 e su quello che rappresenta?

“Sì, è stato davvero bello poter partecipare a Fa’ la cosa giusta!
Prima di tutto fateci ringraziare Giovanni Storti, che è molto affezionato al nostro Albero Custode e sta dando voce alla battaglia per conservare i grandi alberi. L’albero-habitat che è stato esibito alla fiera arriva da un progetto di ricerca tuttora in corso (www.biotreeversity.com), portato avanti da un gruppo interdisciplinare di ricercatori afferenti all’Università Milano Bicocca, arboricoltori, agronomi e altri professionisti.

L’abbiamo creato per esporlo inizialmente al Museo di Storia Naturale di Milano, dove è stato per alcuni mesi, ma è un oggetto itinerante che adesso verrà ospitato in altre sedi. La nostra idea è stata quella di ‘portare la montagna a Maometto’, come si suol dire, se Maometto non può andare alla montagna. Infatti non tutte le persone hanno la possibilità di vedere gli ultimi grandi alberi, magari salirci sopra come facciamo noi durante i progetti di studio, e conoscerne tutta la biodiversità. Solo vedendo e capendo quanta vita è custodita in un singolo albero, possiamo convincere le persone dell’importanza della loro conservazione.

Abbiamo così creato una ricostruzione assolutamente realistica (ci chiedono continuamente se è un albero vero!) di una vecchia quercia, e l’abbiamo popolata con animali provenienti dalle collezioni museali. Speriamo di essere riusciti a trasmettere, anche solo in parte, l’incredibile importanza di questi alberi”.

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