In occasione del 25 novembre, data cruciale per riflettere sulla violenza di genere, abbiamo intervistato per la nostra newsletter La storia giusta l’esperta che ha diretto per decenni il primo centro antiviolenza pubblico istituito all’interno di un ospedale in Italia, presso la Clinica Mangiagalli del Policlinico di Milano: Alessandra Kustermann.

Alessandra Kustermann è attualmente presidentessa di SVS Donna Aiuta Donna, un’associazione che dal 25 novembre al 20 dicembre porta nei giardini di Palazzo Reale a Milano una riedizione del progetto “Il Labirinto”, una mostra immersiva da attraversare, seguendo cartelli che pongono interrogativi sui temi della violenza di genere e che, in caso di risposta sbagliata, ti portano a un vicolo cieco.

Ecco l’intervista completa:

Dottoressa, come stanno le donne?

In questi trent’anni di apertura del centro, nato con l’obiettivo di dare una prima risposta alle donne che avevano subito violenza per aiutarle a superare il trauma, abbiamo visto che il numero di donne che arriva al pronto soccorso dichiarando fin da subito di aver subito una violenza è molto basso. Tra i motivi per cui non parlano c’è una profonda vergogna nel denunciare, specialmente se la violenza è esercitata dal partner o ex partner. La stessa vergogna che porta i minori a evitare di parlare della violenza subita. Alla vergogna si accompagna per le donne la paura di denunciare. Lo confermano anche l’ultima indagine dell’ISTAT. Grazie alla formazione costante degli operatori sanitari siamo riusciti a individuare alcuni dei ‘segnali nascosti’ della violenza: una crisi di panico che mima un infarto o una impossibilità a respirare; accessi frequenti al pronto soccorso per i motivi più disparati (cadute, urti); una tristezza profonda, che non ha a che fare con il dolore fisico; un partner che resta al suo fianco e che risponde al suo posto, spesso aggressivo con il personale di servizio. I dati raccolti dall’ISTAT nel 2025 (su un campione di circa 17.500 cittadine italiane di età compresa tra i 16 e i 75 anni) mostrano che la violenza è prevalentemente compiuta dai partner, attuali o ex. Solo il 6,9% degli stupri dichiarati è opera di estranei.

È quindi cruciale concentrarsi sul tema dell’educazione alle relazioni?

Certo, ma è importante che coinvolga soprattutto gli uomini, visto che gli autori della violenza in più del 95% dei casi sono uomini. È allarmante anche notare l’aumento di violenze compiute tra i 18 e i 40 anni.

La violenza domestica inizia prevalentemente come violenza psicologica, manipolazione, progressivo isolamento a cui la donna è costretta e molto dopo si passa alla violenza fisica. In molti casi di femminicidio, spesso il partner ha esercitato per anni il suo dominio prima di compiere quel gesto.

Tra i campanelli d’allarme più ricorrenti in un potenziale maltrattante ci sono il senso di possesso e la gelosia ossessiva, che si manifesta anche attraverso il continuo controllo sui social. Le storie di violenza che ci sono state raccontate in questi trent’anni non parlano di mostri o eventi eclatanti, sono storie molto più banali: “mi ha picchiato perché la pasta era scotta”. È il patriarcato che agisce, non i mostri.

L’esempio dei padri è fondamentale, e i giovani uomini che assistono alla violenza paterna hanno il doppio delle probabilità di diventare maltrattanti rispetto ai loro coetanei.

Il patriarcato gli uomini devono cercarlo dentro di sé
. Devono avere il coraggio di stigmatizzarlo e di chiedere aiuto se si riconoscono in un uomo che vuole dominare la partner.

Quali sono le differenze più importanti a livello legislativo tra violenza sessuale e domestica?

C’è una differenza fondamentale nel modo in cui procede la denuncia del reato. Il reato di violenza sessuale è la donna che deve denunciarlo. Mentre il maltrattamento, ossia la violenza domestica reiterata, è procedibile d’ufficio. Se chi raccoglie i segnali è un incaricato di pubblico servizio o un pubblico ufficiale, la denuncia è obbligatoria. Bisogna essere chiari con la donna fin da subito sul fatto che sarà protetta, aiutata, accompagnata nel successivo percorso di uscita dalla violenza.

Per quanto riguarda la violenza sessuale è stata appena approvata una nuova legge che stabilisce che il consenso deve essere “libero ed attuale” (articolo 609-bis del codice penale in materia di violenza sessuale, ndr). È un grande passo in avanti che può modificare completamente i processi. Se una donna non è in grado di esprimere un valido consenso perché ha assunto farmaci, alcol o droghe, avere un rapporto sessuale con lei è un reato e non solo un’aggravante come era in precedenza. Di fatto questo renderà meno penose per la donna le fasi del processo e la sua parola avrà maggior valore.

Cosa ne pensa invece del consenso informato obbligatorio a scuola?

Penso che l’educazione all’affettività e al rispetto dovrebbe iniziare già negli asili nido. Dobbiamo educare alla gentilezza e insegnare ai bambini fin da piccoli come controllare la propria rabbia. Sono i padri che dovrebbero parlare con educatrici e insegnanti dei loro figli. Il cambiamento deve avvenire negli uomini, sono loro che dovrebbero ascoltare. I bambini hanno bisogno di limiti e confini per apprendere la convivenza civile. È la mancanza di limiti che ci porta alla guerra. Critico l’idea del consenso informato dei genitori per l’educazione all’affettività a scuola perché il consenso rischia di essere negato proprio dalle famiglie più fragili, nei contesti dove gli adulti non sanno mettersi in discussione. Io non ne posso più di sentir dire che educare all’affettività vuol dire incoraggiare comportamenti sbagliati o metterli in difficoltà nel riconoscere il genere a cui appartengono. Non è così! Non è l’imitazione che porta a scegliere quale sesso amare.

Visto che l’amore è la cosa più importante nella vita degli esseri umani, non possono essere i genitori a decidere qual è il genere verso cui bambine e bambini si devono rivolgere.

Mi è difficile credere che noi adulti abbiamo la verità infusa. Dobbiamo coltivare il dubbio, per non esercitare a nostra volta il patriarcato all’interno del contesto famigliare.

Aggiungo che l’uso precoce degli smartphone per geolocalizzare i figli, tanto di voga in questi anni, è un modo per educarli al controllo (tossico) nella relazione affettiva. L’amore necessita di fiducia nell’altro.

Ci racconta del progetto Cascina Ri-Nascita?

È il sogno che mi sono regalata a settant’anni. Cascina Ri-Nascita è un luogo che vuole ricostruire l’autonomia e l’autostima delle donne che devono affrontare più difficoltà; potremmo offrire appartamenti in cui vivere autonomamente con i propri figli e garantire una formazione professionalizzante intensiva, attraverso un tirocinio e poi un anno di lavoro. Sono convinta che il lavoro aumenti il benessere e che sia l’unico modo per vincere la vera sfida: combattere lo stereotipo della donna maltrattata che torna con l’uomo maltrattante. Questo recupero di autonomia è cruciale per allontanare le donne dai luoghi che gli ricordano il modello che gli uomini avevano scelto per loro, e questo è ancora più importante se parliamo di donne con background migratorio che magari non hanno una forte rete relazionale e amicale nella città in cui vivono.

Sono stata consulente per le pari opportunità con qualunque governo di destra o di sinistra che ci sia stato negli ultimi quarant’anni in Italia. Ritengo che la lotta contro la violenza sulle donne sia una questione bipartisan”.

“Il mio augurio è che molti ragazzi e molti uomini entrino in questo labirinto, perché le donne le insidie di una relazione maltrattante le conoscono già, anche se a volte fanno fatica a dire no”, conclude Alessandra Kustermann.

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