Quando si cammina con un intento bisogna accettare. Accettare che un ciuffo d’erba ti faccia cadere, che un torrente di bagni completamente i piedi, che il vento ti sfregi il viso, che un fiore dopo tanto sforzo ti possa far piangere.

L’intento del suo ultimo viaggio Daniele Matterazzo, 32 anni, di Legnaro (Padova), ce lo ha raccontato così: “ho scelto di sostenere NoisyVision perché a me il cammino ha cambiato la vita, e quest’associazione consente a persone cieche, ipovedenti, ipoudenti e sorde di vivere la stessa esperienza. Di sentirsi accolti, semplicemente persone”.

A 15 anni un incidente in motorino cambia il corso della vita di Daniele, compromettendo l’uso del braccio e della mano sinistra, oggi paralizzata. Fino ai trent’anni la disabilità è un’ostacolo insormontabile: poi la scoperta del cammino e della sua energia trasformativa. Santiago è l’inizio di un percorso di accettazione e rinascita che gli abbiamo chiesto di raccontarci.

“Non puoi aspettare che arrivi l’ispirazione. Devi andarne in cerca con un bastone”. Cosa significa per te questa frase di Jack London? 

DANIELE È la frase che racchiude tutto il senso del mio camminare! Lo vedo come un inno a credere in se stessi, una frase che incita a partire, a non aver paura dell’ ignoto, ovunque porti. A non temere, soprattutto, noi stessi. Jack London è senz’altro un autore che ha ispirato i miei pensieri e che mi ha fatto sognare con i suoi racconti.

Prima Santiago, poi la Francigena e ora il Sentiero del Re, oltre il circolo polare artico: è un caso che la tua scelta ricada quasi sempre su itinerari a lunga percorrenza?

DANIELE No, non è un caso: li preferisco rispetto a percorsi brevi, di pochi giorni. Il lungo itinerario mi permette di approdare ad una dimensione più profonda, di vivere l’ esperienza del cammino più intensamente, abituandomi pian piano al tutto per poi lasciarmi completamente assorbire. Personalmente credo che il potere curativo di tante esperienze stia anche nel tempo che ci concediamo per viverle.

Ci racconti come mai hai scelto di unire ai tuoi viaggi in solitaria uno scopo sociale?

DANIELE Nasce tutto dalla mia prima esperienza, lungo il Cammino di Santiago: quel viaggio mi ha permesso di ritrovare l’autostima e il coraggio, che avevo perso nel tempo a causa di un incidente stradale in età adolescenziale che continuava a tenermi prigioniero delle sue ripercussioni. L’impatto di quell’esperienza mi ha spinto a cercare di fare dei miei passi uno strumento per trasformare anche le vite degli altri.

“Troverai più nei boschi che nei libri, gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà” recita una celebre massima di Bernardo da Chiaravalle: cosa ti ha insegnato la natura nel tuo ultimo viaggio?

DANIELE In Lapponia la natura è stata protagonista assoluta e indiscussa del viaggio, anche interiore. Mi ha permesso di rendermi conto che spesso ammettiamo di essere in balia dei venti solo quando non ritroviamo appigli e certezze a portata di mano. La nostra è una presunzione di superiorità: in realtà la natura ci conosce meglio di quanto ci conosciamo noi stessi, ed è l’unica a darci la dimensione del nostro valore nel mondo.

Quella che hai attraversato a piedi è una natura selvaggia e a volte ostile, ma forse non più incontaminata. Hai avuto modo di vedere con i tuoi occhi se i danni causati dall’uomo all’ambiente sono arrivati fino a lì?

DANIELE No, personalmente non ho avuto quest’impressione. Parliamo di un trail centenario, che presenta tutt’oggi aree selvagge e non servite: per centinaia di chilometri non si incontra alcuna opera umana, al di là di rarissimi ripari d’emergenza in legno, immersi in un paesaggio rigoglioso, e raramente dei “checkpoint” dove acquistare cibo per il viaggio.

Qual è stato il momento più difficile che hai vissuto durante il tuo ultimo cammino? E quello più emozionante?

DANIELE Ricordo vivamente alcuni momenti che mi hanno dato filo da torcere: attraversare per chilometri un sentiero scivoloso e non battuto, un accumulo di rocce appuntite sferzate da vento e pioggia, con poca visibilità. Oppure montare una tenda su passi ventosi, che impedivano un facile ancoraggio. Tra i momenti emozionanti ricordo la contentezza nel vedere centinaia di renne scorrazzare libere e l’inspiegabile emozione che mi investiva dal nulla in un giorno qualsiasi, ricordandomi quanto fossi fortunato ad essere lì.

In Lapponia Daniele ha scoperto il fascino per le terre ostili e poco “digeribili”, perciò nei prossimi anni ha in programma di spingersi sempre più in là, allenando corpo e mente per affrontare ambienti sempre più estremi e disparati. Noi gli auguriamo di continuare ad abbracciare la sfida del cammino e gli facciamo un grande in bocca al lupo per i suoi prossimi viaggi!

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