Aedicola Lambrate era una delle tante edicole che stavano chiudendo a Milano. Paolo Iabichino, Michele Lupi, Alioscia Bisceglia, Alessandro Ottenga, Martina Pomponio e Valentina Canu hanno deciso di impedirlo e oggi questo spazio è diventato un punto di riferimento per tutta la città. Per la puntata di novembre della nostra newsletter “La storia giusta” abbiamo intervistato Alessandro Ghidini, che oltre che a vendere giornali, si occupa di riempire gli scaffali dell’Aedicola con una selezione di libri e riviste sempre aggiornata, spesso pescando da progetti e case editrici indipendenti.
Buona lettura!
Com’è la città che grazie a Aedicola Lambrate vorreste contribuire a costruire?
Aedicola Lambrate nasce come tentativo di riportare le persone al centro di un modello quanto più orizzontale possibile di comunità e cultura. Nasce in un quartiere e per un quartiere, vuole recuperarne i ritmi e le forme di socialità: la libera circolazione delle idee, le chiacchiere a tempo perso, la gentilezza come pratica quotidiana. Milano ci connette ma senza farci conoscere. La metropoli risponde a logiche tutte sue, che trasformano il tempo in spazi bianchi da riempire sull’agenda e misurano le persone secondo i criteri della produttività e della funzionalità. In via Conte Rosso, ho notato dal primo giorno, ci si guarda ancora in faccia, i nomi lasciano il posto ai soprannomi, le vite si ricordano. C’è un senso di appartenenza che, dico davvero, si può toccare. Questa è l’idea di quartiere che sentiamo nostra, a cui vogliamo contribuire costruendo dal basso. Qualcuno l’ha chiamata resistenza culturale: a me piace pensare che, a volte, ci si rende conto di esistere proprio perché si resiste.
Secondo te, che danno sta producendo a livello sociale, oltre che economico, la chiusura di così tante edicole? Voi vi proponete sicuramente come un modello per invertire la rotta, ce ne sono altri?
Le edicole fanno parte della quotidianità delle persone, rientrano in quella serie di piccoli rituali di ogni giorno che chiamiamo abitudini. Non sono punti vendita, ma punti di riferimento. Un’edicola che chiude è un po’ come un lampione che si spegne: anche se al buio ci si fa l’abitudine, la strada torna a essere una sconosciuta. Quando il chiosco di via Conte Rosso ha chiuso i battenti, quasi due anni fa, il quartiere ha perso un pezzo di sé, e le persone ne hanno sentito la mancanza. I giornali si trovano anche altrove, ma il senso di familiarità e la comodità di contare su servizi vicino a casa hanno un valore essenziale per moltissimi residenti. Il ruolo sociale delle edicole sta già nel loro nome: al tempo dei romani, le aediculae erano piccoli templi che sorgevano al crocevia delle strade. Chiunque viaggiasse per le vie dell’impero, qualunque fossero i suoi affari, poteva trovare rifugio dalla pioggia, riposarsi dalle fatiche del cammino, rivolgere una preghiera. Le vite si mischiavano, ci si contaminava a vicenda, la cultura si diffondeva per impollinazione. Quando è stato il momento di scegliere il nome del nostro progetto, abbiamo voluto ispirarci proprio a questa lunga storia di incontri e intersezioni: la “a” di Aedicola veicola un’idea di cultura lontana dalla verticalità preconfezionata e vicina alla gente, al suo sentire, e una forma di socialità fatta di mani che si stringono e chiacchiere a briglia sciolta. Fortunatamente non siamo soli in Italia. In diverse regioni esistono già o stanno pian piano comparendo iniziative sorelle, dalla splendida Edicola 518 di Perugia al chiosco da poco riaperto dalla libreria Todo Modo, a Firenze.
Continua a leggere l’intervista nella puntata di novembre della nostra newsletter La storia giusta, dedicata a cultura e partecipazione. Compila ora il form per iscriverti e riceverla nella tua casella di posta!


