Sapevi che l’Italia è uno tra i paesi più consapevoli sull’impatto ambientale e sociale della moda?
Il 71% degli italiani sa che la moda è tra i settori più inquinanti, mentre il 54% è consapevole delle condizioni di lavoro precarie presenti nelle filiere globali.
Allora cosa ci spinge a continuare ad alimentare l’industria del Fast Fashion?
Sono tante le alternative possibili, e da molti anni cerchiamo di dare loro spazio all’interno dell’area dedicata alla Moda etica e sostenibile. Una di queste, che ci accompagnerà nel corso della prossima edizione, dal 13 al 15 marzo, nei padiglioni 16 e 20 della Fiera di Rho è Un filo pazzesco, sartoria sociale cremonese che offre lavoro a persone fragili.
Per raccontarvi meglio la loro storia, abbiamo intervistato Andrea D’Avossa, responsabile del ramo B della Cooperativa Gruppo Gamma, a cui fa capo il progetto, Chiara Angela Persico, legale rappresentante della Cooperativa e Vanessa Corazza, responsabile della Sartoria Sociale Un filo pazzesco. Buona lettura!
Cos’è, tecnicamente e idealmente, una sartoria sociale?
Una sartoria sociale è un luogo di relazione in cui persone con storie, provenienze e vissuti molto diversi collaborano alla creazione di pezzi unici. È uno spazio in cui il fare artigianale diventa strumento di inclusione: qui lavorano insieme Messe alla prova, persone con fragilità psichica, rifugiati politici, tirocinanti e cittadini, mettendo in comune competenze, tempi e creatività. Idealmente, è un luogo dove la diversità non è un limite ma una risorsa produttiva e ideativa.
Come è nato il progetto “Un filo pazzesco”?
Il progetto nasce da un bisogno sociale preciso: reinvestire su ciò che viene comunemente considerato scarto, sia tessile sia umano. Da anni gestiamo due negozi di abbigliamento usato, dove cittadini e aziende portano vestiti non più utilizzati. Una parte viene rivenduta, ma ciò che resta invenduto rischiava di diventare nuovamente rifiuto. Abbiamo quindi scelto di trasformare questa grande quantità di stoffe recuperate in nuovi prodotti, cogliendo al contempo l’opportunità di coinvolgere i ragazzi del nostro Centro Diurno di Psichiatria in un percorso concreto, creativo e orientato alla realizzazione di un prodotto finale.
Quali competenze e consapevolezze vedete fiorire nei ragazzi e nelle ragazze mentre imparano il mestiere?
Nel percorso di sartoria emergono competenze fondamentali sia tecniche sia personali: autostima e sicurezza in sé, padronanza degli strumenti e delle tecniche sartoriali, capacità di pensiero e riflessione, attitudine all’attesa e alla progettazione. Crescono anche la tolleranza al fallimento – inteso come passaggio necessario per ricominciare – la collaborazione e la creatività. Sono competenze trasferibili che vanno ben oltre il laboratorio.
In che modo l’apprendimento di un’arte manuale cambia la percezione che hanno di se stessi?
Il “fare”, soprattutto in presenza di fragilità psichica, aiuta a restare ancorati alla realtà. L’attività manuale diventa un potente strumento di motivazione e di riconoscimento personale: vedere un’idea trasformarsi in un oggetto concreto genera soddisfazione, senso di efficacia e orgoglio. I ragazzi possono riconoscersi come artefici, capaci di creare valore con le proprie mani.
Come si inserisce il vostro progetto nel panorama della moda etica?
Il progetto si inserisce pienamente nei principi ESG: centralità della persona, contrasto all’emarginazione e valorizzazione di ciò che viene considerato “scarto umano”; recupero e riciclo tessile come pratica strutturale; riduzione dell’impatto ambientale e dell’inquinamento. La moda diventa così uno strumento di responsabilità sociale e ambientale, non solo estetica.
Utilizzate materiali di recupero o tecniche particolari che rendono i vostri prodotti “giusti” oltre che belli?
Utilizziamo esclusivamente materiali di recupero. La tecnica principale è il patchwork, che ci permette di ricavare il maggior numero possibile di forme regolari dagli scarti di tessuto, massimizzando il recupero e riducendo al minimo gli sprechi. Ogni capo nasce da un processo attento, lento e consapevole.
Volete raccontarci una storia di cambiamento o di rinascita legata al vostro progetto che vi sta particolarmente a cuore?
Quella di Abdoul Rachad Dassam, 18 anni, che ha lasciato il Benin per inseguire il suo sogno: fare il sarto come suo padre, morto nel 2019. «Attraverso il Niger ho raggiunto la Tunisia. Da lì, su un barcone, il Mediterraneo e l’Italia. Sono sbarcato a Lampedusa, quindi mi hanno portato a Cremona» ha raccontato in un’intervista. Dopo la presa in carico del Comune, Mestieri Lombardia (la rete regionale di agenzie che si occupa di formazione e lavoro) ha trasformato la sua speranza in realtà e la sua esperienza di volontariato presso la nostra sartoria in un tirocinio propedeutico alla sua assunzione.
Cosa porterete a Fa’ la cosa giusta?
Porteremo pezzi unici che raccontano le tecniche apprese e le storie dei nostri ragazzi. Attraverso i prodotti sarà possibile vedere la trasformazione che avviene: da scarto a oggetto finito. Seguendo idealmente la filiera produttiva, il pubblico potrà conoscere il percorso di coinvolgimento emotivo, pensiero costruttivo e lavoro di gruppo che rappresenta la vera forza della nostra sartoria!
Vieni a incontrare Un filo pazzesco nell’Area “Moda Etica e Sostenibile” di Fa’ la cosa giusta! Codice stand: C21, padiglione: 20. L’ingresso è gratuito, clicca qui per partecipare!

