Libertà per Zaky

patrick zaky

1 marzo, Patrick Zaky parla dal carcere

“Sto bene, per quanto si possa stare bene in prigione. Vorrei solo che tutto questo finisse e vorrei tornare ai miei studi. Fino ad allora, voglio riavere i miei libri e la libertà di usare il bagno”. Sono queste le parole che ci arrivano da Patrick George Zaky direttamente dalla prigione pubblica di Mansura, in Egitto, dove lo studente egiziano dell’Università di Bologna arrestato al Cairo il 7 febbraio è stato trasferito una settimana fa e dove inizialmente gli era stato impedito di incontrare i suoi avvocati e la sua famiglia.
Lo scorso 27 febbraio abbiamo rilanciato la campagna per la sua liberazione, promossa dai compagni di corso dell’Università di Bologna. Oggi, tramite i suoi genitori e i suoi amici, possiamo sapere qualcosa di più delle sue condizioni. Dopo che la Procura ha approvato la richiesta di una visita eccezionale, ieri, domenica 1 marzo, i genitori di Patrick hanno potuto visitarlo: hanno detto che sembrava stesse bene, nonostante gli sia permesso di usare il bagno solo una volta al giorno. Soprattutto, Patrick è preoccupato per il prolungarsi della sua detenzione e ha espresso il desiderio di un rapido rilascio per poter riprendere a studiare, visto che il master “Gemma” dell’Università di Bologna, a cui è iscritto, è già iniziato da due settimane. La prigione di Mansura gli ha inoltre impedito di tenere i libri che aveva prima di essere trasferito dalla stazione di polizia di Talkha, e così Patrick non sta riuscendo a recuperare il materiale.

“Reiteriamo le nostre principali richieste: l’immediato rilascio di Patrick e la caduta di tutte le accuse contro di lui, in modo che possa tornare all’università per portare a termine il suo master – scrivono i suoi compagni di corso nella pagina Facebook della campagna Patrick libero –. Fino al rilascio di Patrick, chiediamo che la prigione di Mansura rispetti il regolamento carcerario, permettendo a Patrick di leggere e studiare e concedendogli tutte le ore di attività fisica consentite, ossia un’ora al mattino e una alla sera”.

27 febbraio, mailbombing alla Farnesina

L’invio di migliaia di email al governo italiano per chiedere un impegno concreto sulla vicenda di Patrick Zaky. È la nuova iniziativa dei compagni di corso dello studente egiziano dell’Università di Bologna arrestato al Cairo lo scorso 7 febbraio, che oggi si trova ancora in carcere con le accuse di fomentare le manifestazioni e il rovesciamento del governo, pubblicare notizie false sui social minando l’ordine pubblico, promuovere l’uso della violenza e istigare al terrorismo.

A causa dell’ordinanza regionale dell’Emilia Romagna contro il coronavirus, le manifestazioni per chiedere la liberazione di Patrick sono state sospese e così oggi la mobilitazione si sposta sul web: sulla pagina Facebook “Patrick Libero” è stato creato un evento con tutte le istruzioni per inviare in automatico una mail alla Farnesina, per chiedere un impegno immediato per la liberazione di Zaky.

Racconta Sofia Selighini, 23 anni, compagna di corso di Patrick al master “Gemma” dell’Alma Mater di Bologna:

“Con questo mailbombing vogliamo risvegliare l’attenzione del governo italiano sull’ingiusta detenzione di Patrick e sulla violazione dei suoi diritti. Nella mail avanziamo due richieste specifiche: richiamare immediatamente l’ambasciatore italiano in Egitto e dichiarare l’Egitto un Paese non sicuro. Il governo italiano ha fatto tante dichiarazioni su questa vicenda, ora è venuto il momento di impegnarsi concretamente”.

Manifestazioni per Zaky sospese a causa del coronavirus, la mobilitazione si sposta sul web

Il 17 febbraio a Bologna sono scese in piazza oltre 5mila persone per chiedere la liberazione di Patrick e in prima fila c’erano anche il Rettore dell’Alma Mater, Francesco Ubertini, e il sindaco Virginio Merola. Da agosto Zaky vive a Bologna, dove frequenta il master “Gemma” dell’Erasmus Mundus, in studi di genere e delle donne. Collaboratore dell’organizzazione per i diritti umani “Egyptian Initiative for Personal Rights” (Eipr), era tornato in Egitto per trascorrere qualche giorno con i genitori a Mansoura, sua città natale, a 130 chilometri a nord del Cairo. Ma il 7 febbraio, appena giunto in Egitto, è stato arrestato.

Tre giorni fa, il 24 febbraio, i genitori di Patrick hanno scoperto che il ragazzo è stato trasferito senza preavviso dalla stazione di polizia di Talkha, dov’era detenuto, alla prigione pubblica di Mansura. Non sono state concesse visite alla famiglia o agli avvocati fino al 5 marzo. Spiega Selighini:

“Le visite sono un diritto di ogni detenuto, tanto più che in questo caso si tratta di un arresto preventivo senza alcun processo ultimato. In questi dieci giorni nessuno potrà verificare le condizioni in cui si trova Patrick, né dove si trovi effettivamente: questo crea grande preoccupazione. Ricordiamoci che il primo giorno di detenzione Patrick è stato sequestrato, bendato, spogliato dei suoi vestiti, minacciato e torturato. Adesso il Governo egiziano sta sfruttando il calo di attenzione sul suo caso, a causa dell’epidemia del coronavirus che ha monopolizzato i media, per agire indisturbato e non garantirgli i suoi diritti. Ma noi continuiamo a lavorare per mantenere alta l’attenzione: queste mail devono dare una scossa al governo, non possiamo dimenticarci di Patrick”.

Testo: Alice Facchini, per l’agenzia di stampa Redattore Sociale
Immagine: Gianluca Costantini, per Amnesty International

Sempre aperto alle firme, sul sito di Amnesty International, l’appello “Libertà per Patrick” #FreePatrickZaki

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