Ocean Cleanup, ecco come stiamo ripulendo gli Oceani dalla plastica

Se potesse parlare, il soldatino di plastica che galleggia in mezzo all’Oceano Pacifico potrebbe raccontarci tante cose. Da quando era orgogliosamente un gioco per bambini a come sia finito nelle acque calde tra le Hawaii e la California, a migliaia di chilometri dalle coste. Il nostro soldatino è infatti uno dei miliardi di pezzi di plastica della Great Pacific Garbage Patch, la più grande area marina al mondo disseminata di rifiuti.

The Ocean Cleanup

Racconta Roberto Brambini, ingegnere della fondazione olandese Ocean Cleanup (nata nel 2013 per sviluppare tecnologie per pulire mari e fiumi dai rifiuti di plastica):

Abbiamo trovato di tutto, dalle reti di pesca a oggetti di vita quotidiana come gli spazzolini per i denti o i bastoncini dei cotton fioc. Una volta tra il materiale raccolto c’era anche un soldatino di plastica. Mi colpì molto perché è strano trovare in mezzo all’Oceano oggetti che ci riportano indietro negli anni, ai giorni della nostra infanzia”.

Roberto ha già partecipato a due missioni nella Great Pacific Garbage Patch: nel 2015 per quantificare l’inquinamento e nel 2018 per testare vari prototipi di un sistema (di cui il primo soprannominato Wilson), che permetterebbe di ripulire del 50 per cento questa area nel giro di cinque anni. Non poco, visto che ha una superficie di circa 1,6 milioni di chilometri quadrati, cinque volte l’Italia:

“Non dobbiamo però pensare che sia un’isola su cui si può camminare. È semmai paragonabile a una zuppa in continuo movimento. Guardi l’acqua e ad ogni metro trovi frammenti o oggetti di plastica”.  

Sono cinque in tutto le grandi “zuppe” oceaniche, formatisi in punti in cui le correnti hanno accumulato milioni di tonnellate di rifiuti di plastica: due nel Pacifico, due nell’Atlantico e uno in quello Indiano.

Roberto Brambini di Ocean Cleanup a Fa’ la cosa giusta! 2020

Potremo conoscere di persona e ascoltare Roberto Brambini a Fa’ la cosa giusta! sabato 7 marzo (dalle 16 alle 17), insieme al velista e videomaker Francesco Malingri. Ci accompagneranno in un sorprendente viaggio alla scoperta degli oceani, per scoprire lo stato di degrado di questi ecosistemi.

Pulire gli Oceani dalla plastica è più complesso di quanto si possa immaginare:

“Abbiamo progettato una specie di barriera galleggiante a forma di U che viene mossa, come gli stessi rifiuti di plastica, dai venti, dalle onde e dalle correnti marine. Per catturare la plastica, però, ci deve essere una differenza di velocità tra questa e la barriera. La barriera è quindi rallentata da un’ancora, anch’essa galleggiante, che fa da freno. In questo modo la plastica finisce nella U. Viene poi caricata su una delle navi d’appoggio e riportata sulla terra ferma per essere riciclata”.

Il progetto è ancora in via sperimentale, ma sembra funzionare. Sono tanti i fattori positivi che intanto si possono registrare: per esempio, la lentezza con cui si sposta la barriera (20 centimetri al secondo) permette ai pesci di evitarla o di passarci sotto. Inoltre, dato che sfrutta le forze della natura non ha bisogno di un motore per muoversi e quindi non inquina.

The Ocean Cleanup è impegnata anche nella pulizia dei fiumi. La maggior parte della plastica che inquina i mari arriva dai fiumi.

“Abbiamo già in funzione dei sistemi di raccolta in due fiumi, uno in Indonesia e l’altro in Malesia. Mettiamo una serie di barriere che deviano la plastica verso una specie di catamarano che estrae la plastica. Ovviamente non si può chiudere tutto il fiume, ma permette di intercettare comunque buona parte dei rifiuti se collocate in punti strategici. Presto metteremo in funzione queste barriere anche in Vietnam, nella Repubblica Dominicana e a Los Angeles. Il nostro obiettivo è intervenire il prima possibile sui mille fiumi più inquinati del mondo”.

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