Quello che stai per leggere è un estratto dalla puntata di luglio della nostra newsletter La Storia Giusta. Il racconto è di Sara Segantin, attivista e divulgatrice scientifica, a cui diamo ufficialmente il benvenuto nella squadra di Fa’ la cosa giusta!

Vohidahy è un agglomerato di villaggi ai confini della foresta vergine del Madagascar. Scendendo da Antananarivo fino alla città di Ambositra, si raggiunge in otto, nove ore a piedi, a passo veloce, lungo una pista e poi un sentierino scosceso tra la vegetazione, la terra bruciata, le pietre, i fiumi.

Alcune delle case che compongono l’abitato distano anche tre/quattro ore a piedi dal “centro” di Vohidahy, dove si trovano il mercato, l’ospedale, la scuola e la sede dell’associazione Tsiry Parma.

Tutto intorno, gli ultimi brandelli di foresta del Madagascar: un’oasi di biodiversità che nell’ultimo secolo ha perso la stragrande maggioranza dei suoi alberi diventando terra bruciata. L’equilibrio tra l’uomo e la foresta qui si è perso man mano che la popolazione aumentava, e così la necessità di carbone per scaldarsi, cucinare, e tanto altro.

Il Madagascar è entrato a far parte di un sistema globalizzato e interconnesso che lo vede come un paese da sfruttare. La foresta non è più solo fonte di approvigionamento per gli artigiani locali: i suoi legni pregiati, come il palissandro, e perfino l’oro, interessano a molti.

Forse a Vohidahy un vero equilibrio non c’è mai stato, ma lo vediamo soltanto ora.  Per molto tempo la foresta è stata considerata come una risorsa da sfruttare nell’immediato per trarre un profitto, e non per il suo valore intrinseco nel lungo termine. Ma ora le cose sono degenerate, e gli abitanti di Vohidahy, che non hanno mai visto una città, il ghiaccio, il mare, e non sanno cosa sia l’inquinamento, ti dicono che qui stanno cambiando le precipitazioni e le stagioni. 

Per chi fa fatica ad arrivare alla sera, non è semplice però capire che rispettare la crescita di un’albero, rinunciando a tagliarlo per riscaldarsi dal freddo, un giorno porterà loro un beneficio.

L’associazione Tsiry Parma lavora per coniugare le due cose. Con le pratiche dell’agroforestazione, trasmesse agli abitanti del luogo, si cerca di aumentare la produttività dei campi, attraverso la rotazione delle colture e l’utilizzo di vari tipi di sementi.

Orti nascono nella foresta per lottare contro la monocultura della canna da zucchero – uno dei principali mezzi di sostentamento della popolazione, ingrediente base per la produzione del rum, commerciato illegalmente, che porta molti ragazzi all’alcolismo –  e contro il tavy, l’antica tradizione di appiccare incendi nella foresta, per il bisogno continuo di nuove terre da coltivare.

Se i contadini riescono a sostentarsi, e a capire la minaccia della deforestazione per la loro stessa vita, hanno tutti gli strumenti per essere loro stessi custodi della foresta. Su questo scommette il progetto, fondato da un italiano, Nicola Gandolfi, nel 2012. Non solo agroforestazione: sanità, infrastrutture, scuole e alfabetizzazione contribuiscono nel complesso al recupero ambientale dell’isola.

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