di Martina Malachin
“I temi di Fa’ la cosa giusta! ti interessano, vero?”
È iniziato così, due anni fa, il mio lavoro per la fiera. Una proposta arrivata come una boccata d’ossigeno. Il lockdown impediva di incontrarsi, e mentre tutti provavamo a riorganizzare la vita reale nel mondo digitale, gli organizzatori di festival ed eventi invitavano le persone in un paradosso: incontrarsi online.
Di quei primi mesi ricordo l’emozione nell’ascoltare, anche se a distanza, storie che riuscivano a portare l’immaginazione lontano. Ne ho in mente una in particolare: quella di un gruppo di ragazzi che stavano attraversando l’Italia a piedi, per mappare un sentiero che si snoda come un filo rosso da nord a sud. Chiunque poteva unirsi a loro, come in uno dei miei film preferiti, “Forrest Gump” – e quel desiderio di fare un cammino di libertà, qualche anno dopo, alla fine l’ho coronato.
Ci è voluto del tempo per orientarsi, per capire il movimento di una macchina in moto da vent’anni e la visione che custodisce. Fa’ la cosa giusta! è nata nel 2004 come mostra-mercato, ed è poi cresciuta fino a trasformarsi in una fiera che prova a mettere insieme le energie migliori del Paese: le aziende, le organizzazioni e le istituzioni che lavorano per il bene comune, e le persone che cercano quel bene.
Le storie che ho incontrato in questi anni grazie alla fiera mi hanno aiutato a vedere le mie azioni come movimenti di un grande concerto; mi hanno spronata a superare la pigrizia per non venire meno al messaggio che mi era stato affidato: “il futuro è di chi lo fa”, quindi è anche mio.
Qui ho scoperto una Storia diversa da quella che ho studiato sui libri di scuola: la Storia del consumo critico e degli stili di vita sostenibili. Quella nata dai movimenti no-global e a Genova, tra le pagine di “No Logo” (un mattone che non ho ancora avuto il coraggio di affrontare) e il Brasile di Chico Mendes. Una Storia che non ho vissuto fino all’età di ventisette anni, e che negli ultimi tre ha innescato una piccola rivoluzione nella mia vita. Da quando racconto il mondo di Fa’ la cosa giusta! non ho mai smesso di farmi domande. Se molte volte sento ancora di “non avere scelta” – perché diciamocelo, quella sostenibile non è sempre la più facile – in tante altre occasioni riesco a darmi una chance per cambiare. Ho smesso di mettere piedi in molti negozi, ho cominciato a optare quasi sempre per l’opzione vegetariana o vegana, ho cercato di trascorrere più tempo possibile in mezzo alla natura per trovare pace.
Non è possibile essere sempre coerenti, è impossibile non fallire mai.
L’ho capito in questi anni di lavoro sui social, dove ho scritto e riscritto, provando a raccontare a modo mio un evento che per due anni ho aiutato a ricreare sul web, e che nella mia memoria esiste solo dal 2022.
Provo a farlo vedere anche a voi, perché possiate immaginarlo: Fa’ la cosa giusta! è un grande caos creativo in cui scopriamo che ogni scelta importa e illuminiamo un futuro più giusto per tutti. Ci sono persone di tutti i generi e le età, dai curiosi agli ecologisti della prima ora (tra cui ospiti illustri, come Giovanni Storti!), laboratori e ed eventi culturali, musica, balli, mostre e spettacoli. Negli anni cambiano i linguaggi, ma non il messaggio. A tutti coloro che vengono cerchiamo di lasciare qualcosa, perché una visita in fiera è molto più di una visita, almeno per noi: è il segno che quello che facciamo ha ancora senso, che la sostenibilità non è una ricetta da seguire ma un percorso che facciamo dentro noi stessi e in comunità – il che rende tutti più leggeri.
Fa’ la cosa giusta! compie vent’anni. A festeggiarne trenta, proprio come me, è la casa editrice che la organizza: Terre di mezzo, nata nel 1994 come street magazine. Siamo una trentina di persone e raccontiamo storie di mestiere: che siano di carta o in carne ed ossa poco importa, se parlano del presente e al futuro. La fiera stessa nasce dal successo di un libro: si chiamava “guida quotidiana ai consumi e ai comportamenti sostenibili e solidali a Milano e in Lombardia”, e le continue ristampe spinsero qualcuno a credere che sarebbe stato un peccato non far incontrare quel mondo dal vivo.
Per me questi due anniversari sono l’occasione per andare più a fondo, e sfogliare un album dei ricordi in cui ciascuna delle persone che lavora qui dentro può trovare un pezzo di sé, delle cose che lo hanno appassionato e perché no, anche di quelle che non hanno funzionato. Ci ho trovato dentro tanti temi, che spesso anticipavano i tempi – penso all’edizione dedicata al cibo, quattro anni prima di Expo 2015; all’ampia area dedicata alla mobilità elettrica, dieci anni prima che le colonnine cominciassero a diffondersi un po’ ovunque – e trasformavano un desiderio in un’opportunità: è il caso del turismo lento, un mondo che ci appassiona raccontare e far incontrare in fiera.
Di idee rivoluzionarie che andavano abbracciate ce ne sono state: la moda critica, l’etica dell’intelligenza artificiale, il rapporto tra istituzioni culturali e attivismo per l’ambiente. Nessun tema “non è un tema” per la fiera, perché il nostro tema, sopra a tutti, è la vita. E infatti qui dentro si è parlato negli anni di qualunque cosa, senza scappare dalle questioni scomode: in fiera sono entrati i finanziamenti delle banche agli armamenti e il lavoro minorile, l’inquinamento dei terreni lombardi e l’isolamento delle aree interne.
Mentre sfogliavo il nostro album mi sono resa conto che il pericolo di una storia unica, di cui parla Chimamanda Ngozi Adiche in una sua pubblicazione molto nota, è sempre attuale. Raccontare un’unica storia – quella che vede l’ecologismo come un dio di illusioni, che punta il dito contro le Greta Thunberg e considera i vegani al pari di una setta religiosa – genera pregiudizi e appiattisce il mondo. La cultura della sostenibilità ha bisogno delle storie di tutte e di tutti, di punti di vista diversi e non per forza concordi, di luoghi d’incontro e di esercizio. Ecco perché vi invito davvero a venire in fiera, a nome mio e di tutte le persone che ci lavorano – Amanda, Andrea, Carola, Chiara, Chiara, Corinne, Elisa, Fausto, Francesco, Francesca, Giovannella, Laura, Lorena, Ludovica, Marianna, Miriam, Piero, Roberto, Rossella, Sara e tutta la redazione di Terre di mezzo Editore.
Ho raccolto poche certezze in questi anni: una è che il cambiamento assomiglia più a un cammino senza mappe che a una salita in montagna. Proviamo a capire insieme qual è questa “cosa giusta da fare”, e prepariamoci a scoprire che forse è diversa per ciascuno di noi.
Ci vediamo in fiera!


